domenica 16 dicembre 2018

Aigues-Mortes 1893, quando il razzismo era anti italiano

Agosto 1893 ad Aigues-Mortes, nella Camargue francese alle bocche del Rodano, la caccia a diversi immigrati italiani per mano di popolani francesi. Quando ad essere accusati di portare via il lavoro ai locali eravamo noi. L’accusa contro di noi di uccisioni rivelatasi poi falsa. Vero il massacro di italiani. Odio e razzismo allora per fame. Oggi, pensando a Macerata, molto peggio.

La cittadina francese di Aigues-Mortes, grossomodo a metà strada tra Montpellier e Nimes, si trova esattamente al centro dell’insenatura del golfo del Leone che si affaccia sul Mediterraneo. Se questa particolare collocazione geografica ha sempre influito sulle sue vicende, ancora più importante nella storia fu che Aigues-Mortes – per la presenza di una laguna salata e di un’adiacente zona acquitrinosa dolce – era un luogo molto famoso dove da secoli si raffinava il sale marino, bene prezioso nel medioevo e soprattutto conteso tra le diverse potenze economiche. Dopo l’annessione della Provenza al regno di Francia e l’allontanamento definitivo di una colonia genovese alla fine del XV secolo, l’attività rimase sotto controllo francese, ma continuarono tuttavia a vivere in zona comunità di spagnoli o di italiani sparse in varie località della costa.

A Sète, ad esempio, la prima comunità italiana di una certa dimensione si era insediata alla fine del XVII secolo quando durante la costruzione del porto numerosi lavoratori accompagnati dalle famiglie erano accorsi da Gaeta. La lavorazione del sale – rimasta immutata per secoli – non richiedeva grandi impianti industriali, ma proprio per questo era molto dura e soprattutto culminava nel mese di agosto, tradizionalmente il più soleggiato e secco dell’estate mediterranea: inesorabilmente si concludeva quindi all’inizio di settembre, quando le prime piogge compromettevano l’asciuttezza del materiale raccolto. Per accedere alle saline il percorso dai paesi vicini era fatto a piedi, l’estensione dei campi smisurata e non facile il percorso in mezzo agli acquitrini: normale quindi che una giornata di normale lavoro iniziasse molto prima dell’alba e si concludesse dopo il tramonto, spesso senza una pausa al riparo dal bagliore del sole o dal vento.

 

Nell’estate del 1893 i lavoratori impegnati nelle saline di Aigues-Mortes erano un po’ meno di un migliaio: la maggioranza era composta da francesi e gli italiani rappresentavano all’incirca un quaranta per cento del totale per cui molte squadre di lavoratori era ‘miste’, ma raramente il capo era italiano. Pochissimi italiani pertanto potevano esercitare nemmeno la parvenza di contrattazione collettiva che spettava al caposquadra o il piccolo commercio al dettaglio di bevande o generi alimentari che tuttavia erano indispensabili all’attività. Da questo fatto risultava una divisione del lavoro che svantaggiava notevolmente gli italiani, ai quali spettava il lavoro più duro e meno remunerato: l’ammasso del sale presso i luoghi di raccolta con pale e carriole e non ad esempio quello all’interno dei magazzini come i francesi. Questo aspetto si rivelò infine drammatico proprio nelle giornate del 16 e 17 agosto 1893.

Secondo il rapporto della gendarmeria francese una rissa sanguinosa (“rixe sanglante”) era esplosa tra francesi ed italiani già a mezzogiorno del 16 agosto e si era avuto un primo ferito francese da coltellata all’addome. Apparentemente non si potevano comunque rintracciare nel gesto – pur grave – una volontà deliberata di scontro collettivo, ma il giorno dopo la gendarmeria era costretta ad intervenire all’interno della salina per mettere in salvo gli italiani assediati dai lavoratori francesi. Relativamente in buon ordine, fiduciosi nel supporto della forza pubblica, due o tre centinaia di italiani si erano incolonnati sotto la protezione dei gendarmi a cavallo, ma a questo punto era esplosa la violenza: ai francesi delle saline se ne erano aggiunti altri – tra i quali numerosi disoccupati dei paesi vicini – che attaccarono la colonna. Si ebbero così i primi morti italiani e poiché lungo il percorso fino alla stazione ferroviaria di Nimes seguirono altri attacchi, aumentò ogni volta il numero delle vittime senza che la gendarmeria ottenesse per questo i richiesti rinforzi per mettere in salvo tutti i lavoratori.

Particolarmente micidiale si rivelò il fatto che ogni volta che la colonna dei fuggitivi tentava di sostare e riordinarsi, accorresse altra popolazione con forconi o attrezzi agricoli e si levassero grida contro gli italiani o addirittura si intonasse la Marsigliese per scacciare gli stranieri. A tutt’oggi un bilancio esatto delle vittime manca, ma è certo che furono assai di più delle dodici o quindici ammesse dalla prefettura. Ambiguo fu alla fine il comunicato del sindaco di Aigues-Mortes alla popolazione: rinnovando uno dei tanti inviti alla calma rivolti nei momenti drammatici, ricordò che la soddisfazione per i francesi c’era stata e che gli italiani non sarebbero più tornati a lavorare nel suo comune.

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