Secondo l’intelligence europea e irachena sarebbero quattrocento i mujaheddin dell’ex Isis addestrati per importare la guerra in Europa. Nel frattempo, l’Italia, scrive Cristina Giudici su Il Foglio, oltre alla minaccia libica, deve combattere su un altro fronte esterno: il Kosovo. I nostri servizi segreti temono che il terrore possa arrivare dal mare Adriatico. La prime rivelazioni sempre dal Foglio del 29 gennaio scorso. Ora, altre indiscrezioni secondo cui il Kosovo sarebbe diventato la meta di un pellegrinaggio islamista all’interno della rotta balcanica. «Come il Cammino di Santiago de Compostela», la battuta attribuita a fonte antiterrorismo/intelligence non meglio precisata.
Cammino islamico lungo un percorso che porta da Pristina fino in Bosnia, dove operano i seguaci di Bilal Bosnic, l’imam reclutatore che in Italia ha radicalizzato diversi gruppi di jihadisti. In quell’area, non viene precisato dove, ci sarebbero 6 o 7 predicatori con una doppia missione: avvicinare i migranti che vengono in Europa attraverso la rotta balcanica per cercare di intercettare i più vulnerabili e indottrinarli, e nello stesso tempo accogliere gli arabi -“fino ad ora tunisini, egiziani ed iracheni”, precisa Cristina Giudici- che si stanno recando in Kosovo, in enclavi salafite a Pristina e a Restelica, “dove vengono preparati per entrare in Europa passando dal canale d’Otranto”.
Il progetto pare sia ormai è noto all’intelligence. Il tentativo di creare un corridoio da Valona, Albania, per far entrare in Europa i migranti respinti dai paesi balcanici o trattenuti in Turchia, permettendo ai terroristi di raggiungere le coste pugliesi a bordo di motoscafi, come da sempre viaggiano sigarette, droga e armi. Ciò che non si sapeva fino a ora è che, mentre l’Is perde terreno in Siria e Iraq, aspiranti neo jihadisti si starebbero dirigendo verso lo stato traballante del Kosovo, dove ci sono già oltre un centinaio di foreign fighter tornati dalle aree di guerra. L’Italia non sarebbe ancora un bersaglio, ma continua a essere terra di transito, e questo è vincolo di geografia già noto.
Chi sono questi predicatori kosovari? I soliti noti, per il Foglio. Reclutatori itineranti che da anni hanno un ponte diretto con l’Italia. «Per esempio Sead Bajraktar, imam di Restelica, un villaggio che si trova fra i monti dell’Albania e della Macedonia. Bajraktar ha vissuto in provincia di Siena, dove ha fondato un centro islamico a Monteroni d’Arbia. Secondo i nostri servizi segreti si è recato spesso in Kosovo ad addestrarsi. Poi c’è Idris Idrizovic, cognato di Sead Bajraktar: anche lui ha vissuto e predicato in Italia. O Idriz Bilibani, considerato il più pericoloso fra i predicatori islamisti, arrestato più volte in Kosovo e in collegamento con il cerchio magico di Bilal Bosnic, in Bosnia».
Dettagli: Mazllam Mazllami, come Bosnic ospite nel casolare-moschea di Motta Baluffi, in provincia di Cremona, e poi arrestato l’anno scorso a Pristina. O Shefqet Krasniqui, imam della moschea principale di Pristina, che entra ed esce dalle carceri kosovare. Tutti predicatori itineranti, tutti o quasi con collegamenti italiani. «Infatti -annota la reporter- non è un caso che i Ros siano in missione in Albania per cercare di spezzare questo ponte e contrastare la rotta adriatica». Le indiscrezioni sul flusso degli aspiranti jihadisti che non sono cresciuti in Europa ma puntano a transitare per l’Italia dopo la radicalizzazione in Kosovo, la considerazione geopolitica finale.
Giovanni Giacalone, ricercatore dell’Ispi offre dettagli: «Da anni si sapeva che il Kosovo era paese ad alto rischio di radicalizzazione. Il fatto che la rotta balcanica si sia rafforzata fino a questo punto significa che siamo in una fase di infiltrazione di islamisti molto avanzata». Rimproveri per il non fatto, e nuovi rischi. Il Kosovo paese serbatoio di integralisti, ‘arsenale’ per il terrorismo dell’Is in Europa. La reporter ripropone il caso di Resim Kastrati, che fa proselitismo fra i musulmani italiani su Facebook. Annotazione finale, minacciosa ma inconfutabile, «I kosovari non hanno bisogno di motoscafi per arrivare in Italia». Una certificazione di autorevolezza investigativa sarebbe stata utile.