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lunedì 18 20 Novembre19

Nell’Afghanistan Stato morente, lotta per l’eredità tra terrorismi

Kabul capitale di uno Stato fallito. Sedici anni dopo la guerra che avrebbe dovuto spazzare via i talebani, l’Afghanistan vive una impressionante escalation di violenza. Per Stati Uniti e Nato un fallimento epocale, costato centinaia di migliaia di morti, tra i quali, 54 giovani italiani.
– In una settimana l’attacco all’Hotel Intercontinental (40 morti, di cui 14 stranieri), l’ambulanza-bomba” contro il “Palazzo della Pace” (103 morti, 295 feriti), ed ora l’assalto all’Accademia militare (mentre a Jalalabad l’Isis faceva saltare in aria una struttura ospedaliera di Save the Children).
– L’Afghanistan è oggi un Paese nel quale una parte significativa del suo territorio nazionale è controllato dalle milizie talebane, da quelle dello Stato islamico o da signori della guerra che si arricchiscono con il traffico di droga, di armi e di esseri umani.

L’ondata di attentati in Afghanistan (l’ultimo di ieri, secondo la BBC, ha fatto 11 morti in una Scuola militare, più i quattro assalitori) dimostra come sia azzeccata l’ipotesi di alcuni analisti, che parlano non solo di una vera e propria faida all’interno dell’universo jihadista, ma anche di una rissa all’arma bianca dentro lo stesso governo di Kabul. I rapporti tra il Presidente Ghani e il primo ministro Abdullah, infatti, sono ufficialmente fatti di sorrisi a trentadue denti, ma dietro le schiene, invece, si agitano kriss malesi, coltellacci intinti nel curaro. Nemici giurati, Ghani e Abdullah hanno dovuto abbozzare, sancendo una sorta di “grosse koalition” in salsa afghana, dopo le ultime elezioni del 2014, finite in pareggio.

Cosi l’ingovernabilità del Paese, sancita dagli elettori con un voto schizoide, è stata cacciata dalla porta. Ma è rientrata, sparata (è il caso di dirlo), dalla finestra, lasciando lo Stato senza una vera guida e sotto costante commissariamento americano. Oggi la garanzia dell’ordine pubblico afghano è un gioco di scatole cinesi o, se preferite, il risultato (perverso) di un incastro di “matrioske” dalle cento facce: Oltre ai già citati Ghani e Abdullah, ci sono i capi talebani “tradizionali”, quelli “eretici” e abbastanza fondamentalisti come Haqqani, i Signori della guerra del Waziristan (Pakistan settentrionale) e i miliziani reclutati dal Califfo per fare le scarpe ai talebani.

Insomma, un vero minestrone di protagonisti (e comparse) che sono tutti impegnati a tirare la coperta dalla loro parte. Poi ci sono i guerrieri tajikii nel Panshir; senza dimenticare le diverse tribù di pastori “Pashtun”, che scannano con nonchalance pecore e nemici; i coltivatori e i grossisti di oppio in mezzo Paese; i servizi segreti pakistani; le interferenze degli ayatollah e, in cauda venenum, il volto rubizzo di Donald Trump. Il quale, stanco di subire scoppole dagli “alleati” di Islamabad, che hanno sempre giocato con un mazzo di carte truccate, ha deciso di cominciare a tagliare i viveri proprio a loro. Cioè all’unica potenza nucleare islamica, piena zeppa di centrali del terrore, costituite da molte “madrase”, scuole coraniche di dubbia vocazione solo religiosa.

Ma andiamo per ordine. Abbiamo detto che, a Kabul, Presidente e Premier forse collaborano per modo di dire. Ashraf Ghani, che ha preso il posto di Karzai, è arrivato secondo alle presidenziali del 2014, col 31,5% dei voti. Abdullah ne prese molti di più (45%), ma dopo molte contestazioni e battaglie “istituzionali” (sovraintese da Washington) si è arrivati all’accordo di compromesso sulla spartizione del potere. Ghani, che ha studiato all’Università americana di Beirut e alla Columbia e inoltre è stato rettore dell’Ateneo di Kabul, indovinate per chi fa il tifo? Diciamo che già si sentiva un giorno si e l’altro pure con la Casa Bianca, ai tempi di Obama, per ricevere “istruzioni”.

Abdullah, invece, ha un altro “pedigree”, anche se pure lui è un prodotto “amerikano”. Figlio di un alto burocrate, è stato Ministro degli Esteri e il principale “competitor” dell’ex Presidente Karzai, notissimo per la sua ambiguità. Vizio vecchio in Afghanistan. È di etnia Pashtun, ma è tajiko per parte di madre, e questo gli guarda un fianco scoperto. Ghani e Abdullah, è evidente, rappresentano interessi sociali leggermente diversi o, se vogliamo essere più prosaici, forse hanno alle spalle anche esperienze tribali diverse. Il loro vice è Dostum, un vecchio Signore della guerra uzbeko, imbarcato per mettere un’altra lamiera sulla malandata capanna istituzionale afghana. Il risultato è che la “grosse koalition” ha in effetti creato un vero vuoto di potere. Riempito da tutto e da tutti.

In questo limbo ballano molti terroristi islamici di questo mondo, dai residui di a-Qaida, alla molto frammentata galassia talebana, fino alle milizie fondamentaliste di Haqqani. Nel mazzo metteteci puro lo Stato Islamico e il quadretto è completo. Solo per dare un’idea dell’ingorgo terroristico, l’attentato dei ieri è stato rivendicato dall’Isis (ma si sospetta Haqqani), mentre quello di sabato se lo erano intestato i talebani. Una risposta all’ambulanza imbottita di esplosivo che ha fatto oltre cento morti? Forse. Quello che sembra chiaro è che, oltre a una competizione all’ultimo sangue per la leadership jihadista, nell’Afghanistan, ormai diventato un campo neutro, si giocano sanguinose partite tra squadre che arrivano da lontano, come l’America, il Medio Oriente, la Russia e il Golfo Persico. E da vicino. Come il Pakistan.

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