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domenica 8 Dicembre 2019

Egitto e al Sisi, presidenziali farsa, neanche un avversario per finta

Il faraone è nudo: alle elezioni in Egitto non si presenterà neanche un possibile candidato di facciata a sfidare il presidente Abdel Fattah Al Sisi.
– Un quadro che ricorda le elezioni a candidato unico di gran parte del regime di Hosni Mubarak, il presidente-autocrate spazzato via dal vento della Primavera araba egiziana nel 2011.
– Mohamed Anwar al Sadat, nipote dell’ex presidente, un altro degli auto esclusi

Il faraone è nudo

Alle elezioni in Egitto non si presenterà neanche un possibile candidato di facciata, l’unico che – dopo il ritiro di sei potenziali rivali, in due casi per intervento dei magistrati – avrebbe potuto sfidare il presidente Abdel Fattah Al Sisi. Questa la situazione alla scadenza del termine -oggi- per la presentazione delle candidature. Un quadro che ricorda le elezioni a candidato unico di gran parte (fino al 2005) del regime di Hosni Mubarak, il presidente-autocrate spazzato via dal vento della Primavera araba egiziana nel 2011.

Anche se sarebbe stata una candidatura tardiva e quindi meno credibile delle altre -rileva l’Ansa da Il Cairo- sabato ha rinunciato anche El-Sayed el-Badawi, capo del nuovo Wafd, formazione erede di uno dei più antichi partiti egiziani, peraltro sostenitore di Al Sisi. Il nome di Badawi era circolato questa settimana per riempire il vuoto completato dall’arresto del generale Anan e dal polemico ritiro dell’avvocato Ali. Tra arresti e ritiri immotivati di potenziali concorrenti, la corsa facilitata di Al Sisi con dettagli sul HuffPost.

Non solo Giulio Rergeni

Assieme all’anniversario della scomparsa di Giulio Regeni, in Egitto, in questi giorni anche il settimo anno della rivoluzione di piazza Tahrir, 2011. Morti, centinaia di feriti, migliaia di persone di quelle che furono arrestate dall’inizio della rivoluzione sono ancora in carcere. Negli ultimi quattro anni -segnala Antonella Napoli- più di mille manifestanti sono stati uccisi negli scontri con le forze di sicurezza, almeno 60mila persone sono state imprigionate, centinaia condannate a morte e altrettante sono scomparse. Fratellanza musulmana, ma anche attivisti per i diritti umani e dell’opposizione liberale e laica.

L’onda verde delle rivolte nel mondo arabo non ha dunque sortito l’effetto sperato dagli egiziani che si ritrovano ancora oggi sotto un regime autoritario. Il presidente Abded Fattāḥ al Sīsi sta facendo terra bruciata intorno a sé. Giorni fa è stato arrestato il generale Sami Annan, ex capo di Stato maggiore che si era detto pronto a candidarsi alle elezioni. Altri, più prudenti, hanno preferito non candidarsi. Per Al Sisi una riconferma scontata, nel solco di un governo che non intende rinunciare a metodi da regime come nel caso di Regeni.

Da Mubarak al peggio

Un rapporto di Human Rights Watch ha denunciato innumerevoli casi di tortura e violazioni dei diritti umani perpetrate dell’Agenzia nazionale dei servizi egiziani. La ricerca dell’organizzazione non governativa ha evidenziato come sistemi coercitivi senza scrupoli siano utilizzati su larga scala nelle carceri in Egitto. Il report è un dettagliato resoconto sulle pratiche adottate dai servizi segreti per costringere oppositori, attivisti, giornalisti o, come nel caso di Regeni, cittadini stranieri sospettati di spionaggio o di atti che possano mettere a repentaglio la sicurezza nazionale, a confessare le proprie ‘colpe’.

Gli uomini della National Security, che dopo la rivoluzione del 2011 hanno cambiato nome ma non hanno perso il vizio. Anzi,. situazione addirittura peggiorata rispetto ai tempi di Mubarak, denuncia Antonella Napoli. “In Egitto esiste un unico canale diretto da arresto a condanna, un sistema giudiziario che utilizza le torture per estorcere ammissioni di colpevolezza spesso a chi non ha nulla da confessare”. Il tutto consentito da un mandato chiaro, seppure sempre smentito, del presidente Al Sisi: garantire la sicurezza e reprimere il dissenso con qualsiasi mezzo.

L’eredità violata di Sadat

Umberto De Giovannangeli, sempre sull’Huffington Post, analizza l’attualità pescando nel passato. “Quella poltrona è già prenotata. E guai a chi pensa di poterla contendere al generale-presidente: se ci provi vieni dissuaso, magari passando per la galera”. Poco importa se hai un nonno che ha fatto la storia dell’Egitto e del Medio Oriente, nel 1978 nobel per la pace assieme al presidente Usa Jimmy Carter e al primo ministro israeliano Begin. Parliamo di Mohamed Anwar al Sadat, nipote del presidente egiziano ucciso nel 1981. Voleva candidarsi, ma poi.. dopo aver raccolto 20 mila firme, gli sono mancate le 20 firme di deputati.

Difensore dei diritti umani, Mohamed Anwar al Sadat aveva preso posizione coraggiosa, anche sull’assassinio di Giulio Regeni. “È necessario scoprire la verità per rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che in Egitto vi è una giustizia e si rispettano i diritti”, aveva sostenuto in una intervista ad Aki-Adnkronos. Un mese prima della rinuncia di Sadat, all’inizio di dicembre -ricorda Bernard Guetta nella sua rubrica su Internazionale – il colonnello Ahmed Konsovwa era stato condannato a sei anni di prigione dopo aver annunciato che si sarebbe candidato alle elezioni presidenziali.

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