giovedì 18 luglio 2019

Il fumo di Auschwitz anche in Italia

Olocausto, memoria, leggi razziali, campi di concentramento italiani
– C’era una volta una Italia che vorremmo non fosse mai esistita, ma di cui dobbiamo conservare nitida memoria perché mai tutto quanto di orribile accaduto possa ripetersi.
– 80 anni dalle leggi razziali fasciste.
– I quattro campi di concentramento italiani.
– San Sabba, a Trieste, fu campo di sterminio.

In territorio italiano operarono quattro campi di concentramento nazisti: a Fossoli in provincia di Modena, a Bolzano, a San Sabba a Trieste e a Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo, dove – sia pure temporaneamente e su scala ridotta – fu allestito un campo di raccolta per gli ebrei in vista del trasferimento in Germania. Nella classificazione dei campi nessuno di questi risulta ufficialmente destinato allo sterminio e tuttavia al loro interno l’eliminazione dei prigionieri fu tutt’altro che sporadica. Nel caso di San Sabba a Trieste fu invece sistematica, considerando anche che si trattava dell’unico campo in Italia ad essere dotato di forno crematorio. Uno dei tanti misteriosi intrecci della storia aveva fatto in modo che a mettere in piedi questa piccola struttura di sterminio fosse un nazista già legato alla città: Odilo Globočnik era nato nel 1902 da famiglia slovena di lingua tedesca proprio a Trieste ed era riparato in Austria con la famiglia dopo la Prima Guerra mondiale. Aveva aderito al partito nazista austriaco dal 1931, nel 1938 era stato nominato Gauleiter (governatore) di Vienna, ma – rimosso dall’incarico per malversazioni – grazie alla riabilitazione ad opera di Himmler aveva ottenuto un alto incarico a Lublino, nella Polonia occupata.

Dall’autunno del 1941 a quello del 1943, attraverso la creazione di tre campi (Belzec, Sobibor e Treblinka), Odilo Globočnik fu responsabile dell’eliminazione di circa un milione e mezzo di ebrei polacchi, slovacchi, cechi, olandesi, francesi e tedeschi. Messo a capo della lotta antipartigiana in Italia nord-orientale, operando da Trieste, creò un proprio campo di detenzione che funzionava anche come centro di sterminio. La macabra conta delle vittime è tuttora incerta, ma si può dire che il numero si collochi tra le tremila e le cinquemila a seconda delle diverse stime. Nella stragrande maggioranza si trattò di partigiani italiani, sloveni o croati, ma non mancarono semplici militari italiani catturati dopo l’otto settembre, né un ridotto numero di ebrei. Particolarmente drammatiche furono soprattutto le circostanze delle eliminazioni che, secondo le testimonianze, avvennero per impiccagione o in una camera a gas improvvisata all’interno della quale veniva immesso monossido di carbonio prodotto dal motore di un furgone utilizzato in sostituzione del famigerato Cyclon B di Auschwitz. Catturato dagli inglesi Globočnik si suicidò alla fine di maggio del 1945 dopo aver fatto saltare, durante la ritirata da Trieste, le tracce dei crimini commessi.

Joseph Oberhauser, ufficiale SS, massacratore alla Risiera

Sebbene agli storici fosse noto quanto era accaduto a San Sabba, a risvegliare Trieste e l’Italia su queste terribili vicende fu un processo che si svolse a metà degli anni Settanta. Per mesi e mesi un gruppo di investigatori aveva raccolto, dalle acque antistanti Muggia, resti di ossa umane con evidenti segni di cremazione ed alcuni testimoni avevano confermato che, durante la guerra, quasi tutti i giorni due tedeschi con l’uniforme delle SS rovesciavano in mare da un pontile il contenuto di uno o più sacchi. Non si trattava solo dell’opera di due metodici carnefici isolati, ma di un’azione di ben altre dimensioni. Imputato principale fu Joseph Oberhauser, ex ufficiale delle SS, che – nonostante avesse già subito due condanne in Germania – viveva libero e indisturbato a Monaco e lavorava in una nota birreria del centro. Per grottesca ironia Oberhauser risultava tra l’altro residente in Dachauerstrasse, la strada che dalla città conduceva al paese tristemente noto per essere stato sede di uno dei primi campi di concentramento.

Processo per gli orrori alla Risiera di San Sabba

Il processo, nel corso del quale furono ascoltati più di duecento testimoni, durò mesi e dalle agghiaccianti testimonianze emerse tutto l’orrore che quotidianamente avveniva tra le mura della risiera. Non mancarono nemmeno momenti di tensione durante il dibattimento quando non testimoniarono parenti delle vittime o ex internati, ma ex collaborazionisti, confidenti, spie o interpreti che accanto ai carnefici avevano lavorato all’interno del campo. Più di uno di loro fu ammonito a dire il vero e in un caso ci fu perfino un arresto in aula per falsa testimonianza: infatti, dopo aver ammesso nella massima tranquillità di aver partecipato ad operazioni speciali al comando di Otto Skorzeny, un testimone non ricordava più. Come disse anni dopo il giornalista Rai Emilio Ravel, che aveva seguito le fasi del processo, ci si rese conto che il fumo di Auschwitz si era levato anche dall’Italia.

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