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martedì 15 Ottobre 2019

Italia Africa attrazione fatale

Oggi scommessa Niger e Tunisia, oltre alla Libia dove siamo in campo un po’ nascostamente da tempo. Ma prima…
– Il colonialismo italiano nasce a fine ‘800 ed è africano.
– L’acquisizione pacifica dei porti africani di Assab e Massaua, sul mar Rosso.
– Poi i quattro territori africani, Eritrea, Somalia, Libia e le due guerre d’Etiopia, l’allora Abissinia, frutto di guerre crudeli spesso segnate da episodi disonorevoli.
– Memoria utile per più ragionevoli ritorni.

La storia della presenza italiana in Africa comincia nel novembre 1869, quando in Inghilterra regnava la regina Vittoria, Pio IX era ancora papa re e Napoleone III, imperatore dei francesi, non sapeva di vivere il suo ultimo anno di regno.

Fu allora che l’esploratore genovese Giuseppe Sapeto, per conto della compagnia di navigazione Rubattino (quella delle navi della spedizione dei mille), acquistò di un quadrato di terra che si affacciava sulla baia di Assab, la sponda eritrea del Corno d’Africa.

Seimila talleri d’argento in cambio di trentasei chilometri quadrati di territorio, e sembrò un buon affare. Il primo a lamentarsi che invece si trattava di un pezzo di terra senza valore fu un altro genovese che di mare e di viaggi in terre lontane pure se ne intendeva: il garibaldino Nino Bixio avrebbe voluto una colonia italiana a Sumatra ma i suoi sforzi per l’isola in Estremo Oriente furono vani perché gli olandesi alla fine prevalsero. Per costituire una sua colonia, come stavano facendo tutte le altre nazioni europee, all’Italia restò allora solo quel fazzoletto di terra e sassi che nel 1882 fu ceduto ufficialmente allo Stato, e il primo guadagno vero fu quello della compagnia di navigazione Rubattino che ottenne dalle pubbliche casse una somma dodici volte superiore ai primi seimila talleri versati.

Guerra Italo-Turca, 19121, Tripoli

Nel 1890 fu istituita con una legge la colonia eritrea e cominciò una politica di espansione africana, che avrebbe avuto una dolorosa battuta d’arresto già nel marzo 1896: nella guerra contro l’Etiopia governata dall’imperatore Menelik – che prima era stato aiutato dagli stessi italiani a diventare ‘re dei re’ sconfiggendo i riottosi signori feudali – subimmo una delle peggiori sconfitte inflitte ad un esercito europeo in Africa. Ad Adua caddero più di novemila soldati italiani e quasi altrettanti eritrei e somali delle truppe coloniali. Cadde il governo Crispi e di colonie non se parlò più per un bel pezzo, ma soprattutto cominciò ad innescarsi in Italia una tensione sociale molto forte che sarebbe sfociata nella crisi di fine secolo: scioglimenti del parlamento, cannonate di Bava Beccaris a Milano e infine l’assassinio di Umberto I. Nel frattempo i proventi della colonia non potevano dirsi del tutto soddisfacenti, tanto che solo a partire dagli anni Venti del Novecento, con lo sviluppo della navigazione tra il mar Rosso e l’oceano Indiano, le cose migliorano. Nonostante questo, approfittando della cronica debolezza dell’impero ottomano in Mediterraneo, sempre assecondando la tendenza europea ad impadronirsi di vaste parti dell’Africa, nel 1911 anche gli italiani sbarcarono a Tripoli, dando vita alla seconda colonia italiana.

Colonialismo ‘civilizzatore’ fascista

Durante la Prima Guerra mondiale non ci fu un controllo vero e proprio della Libia e la riconquista, a partire dagli anni Venti, fu una campagna coloniale spietata. A parte i giudizi sommari e le esecuzioni dei ribelli, furono deportate decine di migliaia di persone nel timore che appoggiassero i ribelli fornendo loro cibo e rifugio, e la maggior parte delle vittime furono migliaia e migliaia di civili, anziani, donne e bambini. Quando Gheddafi -anni recenti- venne in Italia, incuriositi dal suo corteo di accompagnatori e accompagnatrici, molti italiani forse non notarono la fotografia che il colonnello aveva appuntato sulla fantasiosa uniforme: il ritratto dell’eroe della rivolta libica Omar al Mukhtar, impiccato dagli italiani nel 1931, era forse l’unico argomento incontestabile tra le sue stravaganze, ma pochi lo osservarono. Torniamo agli anni Trenta. Portata la pace in Libia, venne la terza impresa coloniale e fu la volta dell’Etiopia, la nazione che ci aveva sconfitto ad Adua quarant’anni prima. Ormai si era capito come le guerre coloniali funzionavano e in Etiopia si ripeterono alcune pagine cruente già sperimentate. Non soddisfatti, aggiungemmo all’arsenale già impiegato le armi chimiche che produssero effetti devastanti, come se i bombardamenti aerei fossero stati insufficienti. Cinque anni dopo quello che era diventato l’impero crollò. Qualcuno riconobbe che aver perso le colonie dopo la Seconda Guerra mondiale tutto sommato non era stato completamente negativo perché almeno furono evitati i conflitti della decolonizzazione. Il senno di poi.

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