martedì 24 aprile 2018

Se la Tunisia brucia l’Italia si scotta, e fu golpe Craxi-Andreotti

La presenza italiana in Tunisia da sempre, prima e oltre le tentazioni coloniali fasciste.
– La memoria rimossa del ‘golpe all’italiana’ Craxi Andreotti del 1987.
– Alla Commissioni Stragi nel 1999 l’Ammiraglio Fulvio Martini, all’epoca dei fatti Capo del SISMI
– Craxi, Andreotti, e l’Eni di Reviglio a garantire la rete di sicurezza al ‘golpe costituzionale’ che Ben Alì mise a segno la notte fra il 6 e il 7 novembre dell’87.

Sui legami e le vicende comuni tra Italia e Tunisia si è scritto molto per diversi motivi, ricordando soprattutto le migliaia di famiglie italiane che vivevano da secoli sull’altra sponda del Mediterraneo: piccole aziende agricole o commerciali, imprese edili o meccaniche guidate da italiani contribuirono allo sviluppo del paese e in parte a cambiarne la mentalità. A metà degli anni Venti la comunità italiana residente in Tunisia era più numerosa di quella francese, nonostante da quarant’anni la Francia si fosse impossessata del paese con un colpo di mano irritando non solo l’Italia, ma anche il resto d’Europa. Gli italiani in Tunisia in questo modo divennero anche una pedina sullo scacchiere internazionale: la politica espansionista del fascismo tentò di trasformarli in uno strumento di influenza italiana e a nulla valse negli anni Trenta il tentativo francese di concessione della cittadinanza per migliorarne l’integrazione.

Contadini italiani in Tunisia nel 1906

A rimescolare le carte fu la Seconda Guerra mondiale. Il governo gollista francese dopo la riconquista della Tunisia non vedeva con simpatia una numerosa comunità di ex nemici stanziata e radicata sul proprio territorio, tanto più che alcuni si erano arruolati tra le forze dell’Asse e cominciarono i primi rientri a partire dal dopoguerra. Ancora più paradossale fu la situazione che si verificò quando invece furono i francesi a dover abbandonare Tunisia e Algeria: sebbene gli italiani non fossero responsabili del colonialismo francese e tantomeno della repressione dei movimenti indipendentisti, tuttavia – come i coloni algerini – dovettero riparare in Francia, nonostante il trattamento nei loro confronti non fosse stato sempre ineccepibile. Il risentimento generale nei confronti degli europei alla fine non fece distinzioni e nel 1964 anche le proprietà degli italiani e le loro attività furono sequestrate dal governo tunisino retto in quel tempo da Habib Bourghiba.

Habib Bourghiba, prima di diventare presidente, in un comizio a Biserta

Tra i vari leader politici arabi che si opposero al colonialismo inglese o francese la figura del tunisino Bourghiba si differenziò dagli altri per il fatto che non credette mai ciecamente alla propaganda fascista e nazista che si proclamava amica del mondo arabo e dell’islam. Dopo essere stato incarcerato e liberato dai francesi, quando nel 1940 i tedeschi occuparono la Francia, fu consegnato agli italiani su loro richiesta; l’intento era quello di utilizzarlo nelle trasmissioni di propaganda da radio Bari, ma Bourghiba si rifiutò, ben sapendo che sarebbe tornato in carcere o peggio. Quando lanciò il suo appello nel 1942 fu invece per sostenere la causa degli alleati e i tedeschi lo arrestarono nuovamente, consegnandolo ai collaborazionisti di Vichy. Molto realisticamente Bourghiba, di sicuro al corrente di quanto avevano fatto gli italiani in Libia al comando di Graziani, semplicemente non si fidò delle promesse fasciste. Fu liberato infine solo quando la guerra in Africa terminò, dopo lo sbarco anglo-americano in Algeria e Marocco, e al regime di Vichy si sostituì quello di de Gaulle.

Silvio Berlsconi e l’allora presidente tunisino Bel Ali

Bourghiba, presidente della repubblica dal 1957, seppe destreggiarsi abilmente nella decolonizzazione e durante la guerra d’Algeria; anche in seguito – in mezzo alle tormentate vicende del panarabismo nasseriano – mantenne una posizione moderata sostenendo la laicità dello stato e i diritti delle donne. Come in tutti i regimi di stampo personalista ci fu però un’involuzione e cominciò una lunga crisi che subì ulteriori contraccolpi a causa della situazione medio orientale, o meglio del lungo conflitto combattuto tra Israele e paesi arabi. Nel breve volgere di un decennio, dalla metà degli anni Settanta fino al 1987, la situazione economica peggiorò sensibilmente e il paese finì in mano alla corruzione. Fu a questo punto che, con quello che fu definito un colpo di stato ‘sanitario’, il regime fu rovesciato dal generale Ben Ali che si stava dimostrando anche un duro avversario dell’estremismo religioso. Non fu un mistero che la soluzione del ricovero di Bourghiba ‘per motivi di salute’ – prassi inusuale in un paese arabo – pare fosse stata caldeggiata dal governo italiano all’epoca presieduto da Bettino Craxi e dal ministro degli esteri Giulio Andreotti.

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