domenica 23 settembre 2018

40 anni dallo Scià agli Ayatollah e Trump nell’Iran pre rivoluzione

Una foto che vale un titolo: quando in Iran Trump voleva un casinò. 1978, l’anno della rivoluzione iraniana. L’impero dello Scià Reza Palavi traballa, ma l’Occidente ancora non se n’è accorto. A Teheran per aprire un casinò troviamo anche l’intraprendente giovane imprenditore Donald Trump con gli attori Jack Nicolson e Warren Baatty.
A dicembre invece arriverà l’Ayatollah Komeini.

Quando in Iran Trump voleva solo
un casinò hollywoodiano

E adesso la cronaca seria

Rimesso sul trono nel 1953 – soprattutto grazie all’appoggio degli Stati Uniti dopo la breve parentesi del governo Mossadeq –, lo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi governò senza interruzioni e senza opposizione fino al 1978, quando la rivoluzione khomeinista ne provocò la caduta e la fuga. Mentre le Sette sorelle, ovvero le principali compagnie petrolifere anglo-americane, mantenevano sotto stretto controllo la maggiore risorsa economica del paese, lo scià aveva iniziato una stagione di riforme interne di stampo occidentale e di rafforzamento della posizione internazionale dell’Iran soprattutto nel golfo Persico, a totale discapito dell’Arabia Saudita. Per meglio esercitare la propria politica estera ricorse alla costituzione di un potente esercito (acquistando armi soprattutto negli Stati Uniti) e alla glorificazione della dinastia regnante, ma sul piano interno la situazione era molto più complessa soprattutto a causa dell’isolamento dall’Occidente e della forte influenza esercitata dal clero sciita.

Nonostante fosse stato proprio il clero sciita – già preoccupato per il carattere laico delle riforme di Mossadeq – ad appoggiare il suo rientro sorretto dagli americani, lo scià a partire dagli anni Sessanta decise ugualmente di dare inizio a una stagione di cambiamenti per occidentalizzare il paese. Rinnovamento a parte, il tentativo più o meno occulto era anche quello di sottrarre al clero l’influenza esercitata sulle masse ed eliminare in tal modo anche la parvenza di opposizione che in ogni caso rappresentava. Contemporaneamente, ad eliminare invece fisicamente il resto delle forze contrarie al regime stava provvedendo la Savak, a tutt’oggi una delle più crudeli organizzazioni di polizia politica mai esistite, responsabile di inaudite efferatezze. Nel 1963, fu annunciata la svolta che si sarebbe basata sulla riforma agraria e sull’istruzione pubblica, sull’abolizione del velo per le donne e sul riconoscimento del divorzio come procedura giudiziaria e civile, ma non religiosa.

Nello stesso anno, dopo violenti disordini che provocarono una decina di morti, fu arrestato per aver preso la parola in difesa delle vittime un imam non ancora molto conosciuto al paese: Ruḥollah Moṣṭafavi Mosavi Khomeyni fu infatti espulso dall’Iran e continuò a contrastare il regime dall’estero. La riforma agraria di Reza Pahlavi di fatto fu realizzata a spese del clero, che era il maggior proprietario terriero e soprattutto – grazie ad altri privilegi, quali la mancanza di una tassa di successione – non pagava tributi per il possesso e l’utilizzo della terra. Altro grande punto di scontro fu la campagna di alfabetizzazione ed istruzione: i volontari che dalle città si recavano nei villaggi dei contadini per impartire l’istruzione elementare, oltre ad appartenere alla borghesia urbana che già sosteneva il regime imperiale, sottraevano alunni alle scuole coraniche.

Più controverse e contraddittorie si rivelarono le altre riforme. Se da una parte furono ammesse per la prima volta le donne all’università, dall’altra restarono comunque pesanti limitazioni nell’ambito del lavoro o della famiglia, come pure per il pieno esercizio del diritto di voto. Alla fine degli anni Settanta emerse nettamente la principale contraddizione del regime dello scià: mentre si presentava al mondo come riformatore e modernizzatore del paese, dall’altra mancava la libertà di stampa, di riunione o di associazione, l’apparato statale si rivelava uno dei più corrotti al mondo e un’oligarchia rapace amministrava il paese. Sebbene uno dei punti di forza delle promesse riforme riguardasse il sistema sanitario e previdenziale, l’inefficienza e la corruzione vanificavano risorse impiegate e sforzi profusi. Il clero sciita al contrario era rimasto la sola forza organizzata la cui forza era radicata soprattutto nelle periferie delle città, dove cioè erano accorsi gli stessi contadini scontenti della riforma agraria fallita.

Tehran, the Iranian capital, on Dec. 10, 1978

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