martedì 25 giugno 2019

2018 tra Trump e Putin, Russiagate permettendo

Intesa totale sulla Siria. Siglato un patto non scritto che supera la logica delle “sfere d’influenza” volute da Barack Obama.
– Putin per la quarta volta presidente.
– Trump al travagliato secondo anno, Fbi o non Fbi, impeachment o non impeachment
– Temerarietà, incoscienza o distillato di strafottenza che siano, scrive Piero Orteca
– I due presidenti continuano ad andare d’amore e d’accordo nonostante il “Russiagate” abbia complicato il clima politico

Fbi o non Fbi, impeachment o non impeachment, il Russiagate per ora a Trump gli fa un baffo. Temerarietà, incoscienza o distillato di strafottenza che siano, l’ex Palazzinaro tira dritto per la sua strada e continua a lisciare il pelo di compare Putin. La cosca vincente dei suoi “adviser” ha trovato la quadratura del cerchio: andare d’accordo con Mosca significa dividersi pane e companatico (ma anche le spese) contro il pericolo pubblico numero uno. Cioè il terrorismo islamico marca “Califfo”, al cui confronto i qaidisti di bin Laden erano chierichetti. E poi, nell’epoca in cui la Cina rischia di fare carne di porco degli equilibri geo-economici e strategici mondiali, una bella “triangolazione” è proprio quello che ci vuole, per limitare i danni e pararsi la botta.

La prova del nove? L’ultimo discorso del Presidente Usa sulla National Security Strategy, fatto prima di Natale e che non è frutto di un’improvvisata, ma la risultante di un paziente lavoro di cesello e bulino, coordinato tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Il laboratorio sul campo è sempre il solito, quello siriano, dove Russia e Stati Uniti sembrano marciare in sintonia. Con qualche nota stonata in arrivo da Teheran. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto i piani sulle “sfere d’influenza” nel Paese di Bashar al-Assad finora sono stati rispettati. E poi Putin nel suo di discorso urbi et orbi si è “sdilinquito” in elogi sperticati verso il partner d’oltreoceano: ha ottenuto performance economiche brillanti, è stato “diffamato” dai suoi nemici politici (sulle presunte collusioni col Cremlino) e inoltre i servizi segreti Usa hanno aiutato Mosca, passandole informazioni fondamentali per prevenire attacchi terroristici. Amen. Alcuni think-tank hanno poi diffuso i contenuti di una conversazione telefonica tra i due presidenti che è servita a siglare un patto non scritto sulla Siria.

Tutti i comandanti Usa in Medio Oriente, che fanno capo al “Centcom”, sono stati avvisati che, udite udite, le truppe americane si dovranno coordinare con la nuova “operation room” dei russi a Salihiyah, sulla riva occidentale dell’Eufrate. Insomma, se non prenderanno ordini poco ci manca. La centrale di comando è stata realizzata d’intesa tra il generale Yevgeny Poplavsky e il curdo (della milizia Ypg) Sipan Hemo. L’alto ufficiale di Putin, tanto per chiarire le idee al mondo, ha enfatizzato “lo spirito di collaborazione antiterrorismo” con gli americani.

I problemi (se ce ne saranno) potranno sorgere dalla presenza nell’area delle Guardie rivoluzionarie iraniane delle Brigate al-Qods, comandate dall’ormai leggendario Qassem Soleimani. Ma gli analisti sottolineano una svolta cruciale nella strategia del Cremlino. Putin avrebbe deciso di dare massima priorità all’accordo con Trump, anche a costo di irrigidire i rapporti con Teheran, Hezbollah e lo stesso Assad. Sul piano operativo, il nuovo patto rappresenta un deciso passo avanti rispetto alle intese sulle “sfere d’influenza” relative all’Eufrate, che era stato raggiunto con Obama. Soldati e aerei potranno muoversi asimmetricamente, senza rigidità dettate dalle carte geografiche, spaziando da una riva all’altra del fiume.

Risultato? Il Ministero della Difesa di Mosca ha annunciato che nell’ultimo periodo i suoi aerei hanno compiuto la bellezza di quasi 700 raid colpendo oltre 1400 bersagli. Certo, per l’US Army la succitata rivoluzione diplomatica rappresenta una sorta di assicurazione sulla vita, perché una delle clausole messe in chiaro è che nessun iraniano, siriano, miliziano sciita e via discorrendo potrà più alzare una fionda contro i G-Boys. Gli ayatollah si consolano col fatto che, sfruttando il nuovo clima, possono riuscire a realizzare le infrastrutture di trasporto necessarie a consolidare la loro presenza nella regione.

L’ultima notizia (che non farà felici gli israeliani) è che è stato inaugurato con successo il nuovo collegamento viario tra l’Iran e Damasco. Un lungo convoglio militare ha attraversato il check-point di Tel al-Badi in Irak, per dirigersi verso la zona di Deir-ez-Zour, ancora contesa con le frange superstiti dell’Isis. A bordo, secondo alcune fonti, c’erano consiglieri militari iraniani e reparti di Hezbollah. Altre informazioni parlano, invece, di tecnici e operai incaricati di riparare e riaprire al traffico l’arteria che da Deir ez- Zour porta a Palmyra, 205 chilometri di asfalto devastati dai combattimenti negli ultimi sei mesi.

Il coordinamento del cosiddetto “land-bridge” tra Teheran e Damasco sarebbe stato affidato proprio al generale Soleimani, nella sua war-room di Abu Kamal.
Il vero interrogativo, adesso, è fino a dove intendono spingersi gli iraniani. Mettere nel mirino il Libano e il Golan potrebbe voler dire prendere a pedate un nido di calabroni. E gli israeliani pungono.

Potrebbe piacerti anche