Privacy Policy Kabul strage degli ex dell'Isis: ma che ci fanno gli italiani? -
lunedì 16 Dicembre 2019

Kabul strage degli ex dell’Isis: ma che ci fanno gli italiani?

Con l’attacco a Kabul gli ex dell’Isis si inseriscono con prepotenza nel caos afgano. Semi nascosto e quasi  dimenticato, quello in Afghanistan è il più lungo conflitto del secolo. La mai seriamente motivata presenza italiana.

 

Kamikaze contro agenzia stampa a Kabul, almeno 40 morti
Sei pastorelli uccisi da mina nella provincia di Balkh
Nel Paese ogni mese muoiono 140 persone

Anche i talebani si vergognano

E’ di almeno 40 morti e 30 feriti l’attacco alla sede del Tabian Media Center di Kabul, all’interno del quale si trovano gli uffici dell’agenzia di stampa ‘Sadai Afghan’ (Voce afghana). Dopo l’attacco suicida ci sono state altre due esplosioni col risultato di un bilancio di 40 morti e 30 feriti, tutti civili. Al momento dell’attentato nei locali era in corso una riunione di studenti. Fra le vittime vi sono anche donne e bambini. Via Twitter, i talebani hanno escluso qualsiasi loro responsabilità nell’attentato.
La guerra civile con mano talebana, comunque uccide a sua volta. Lo scoppio di una mina lungo una strada della provincia settentrionale di Balkh ha ucciso sei pastorelli tra gli otto e i dieci anni. L’Afghanistan ha il più alto numero di vittime di mine nel mondo, che insieme ad altri tipi di bombe piazzate sui cigli della strada uccidono o feriscono circa 140 persone ogni mese.

Afghanistan della guerra permanente

Dunque, almeno 40 morti a Kabul, più di 100 per chi li ha organizzati. E l’Isis rivendica attraverso l’agenzia Amaq, braccio della propaganda dello Stato Islamico. Isis nelle sue successive filiazioni, sconfitta in Iraq e Siria, ha scelto il campo di battaglia permanente dell’Afghanistan per il suoi progetti di Stato Islamico, per quell’area del mondo, il Grande Khorasan.
La prima strage Isis o Is, se preferite, sempre a Kabul, nel luglio del 2016. Al Baghdadi ha già tentato di insediarsi sulla frontiera orientale e sta cercando adepti in Pakistan sfruttando la fragilità del cartello dei talebani pachistani riuniti sotto l’ombrello del Tehrek Taleban Pakistan (Ttp).

Invisi alla popolazione locale, inseguiti dai soldati afgani e della Nato ma, soprattutto, dai talebani, gli adepti del progetto di Al Baghdadi ripiegano sugli attentati. La scia è lunga, elenca Emanuele Giordana sul Manifesto: nel marzo di quest’anno lo Stato islamico entra in un ospedale militare e fa strage. In ottobre – non è l’ultimo né il primo attacco a un tempio sciita – una moschea è teatro di una mattanza di 39 persone. Gli episodi contro gli sciiti sono ricorrenti a Kabul e altrove.

Ieri l’ac cacco all’Ava News Agency, colpevole di essere finanziata dagli iraniani sciiti. Ma c’è altro: il 31 maggio un camion bomba che ha come obiettivo il quartiere diplomatico scoppia prima del tempo e uccide più di 150 persone. Non c’è rivendicazione e resta uno dei tanti attentati senza padrini ma lo Stato islamico rimane tra gli indiziati. Creare il caos e il terrore ovunque e comunque. Gli epigoni di Al Baghdadi scelgono l’ultima via rimasta per far vedere che ancora sopravvivono.

La madre di tutte le guerre sante

Ci ha vissuto Osama bin Laden, ci si è formato Abu Musad Al Zarkhawi, ci sono talebani afgani e i transfughi dai territori pachistani. Ed ecco il rifugio più sicuro per chi scappa da Raqqa o da Mosul. Se è vero -come sostiene Mosca- che lo Stato islamico può contare in Afghanistan su 10mila combattenti, questo significa che l’afflusso di stranieri è ricominciato verso il santuario migliore per un combattente di professione: la guerra permanente.
La guerra afgana è la più lunga guerra del secolo e si avvia a competere con i vent’anni del Vietnam, il conflitto che segnò la più grave sconfitta di Washington nel secolo passato.

Quei 1000 italiani fuori posto

Da Analisi difesa del 28 dicembre, sappiamo di una importante offensiva dell’Esercito afgano nella Regione ovest sotto il controllo del contingente italiano. ‘Intervento chirurgico’ condotto dai militari locali, senza alcun impiego di militari italiani in attività operative, tengono a precisare.
Merito italiano, gli anni di anni di lavoro e addestramento. Segue una poco credibile classifica di sostegno popolare al governo ufficiale di Kabul rispetto alla ‘insorgenza’ talebana. ‘Grazie agli italiani, il numero dei sostenitori del governo afghano, nella provincia di Herat sarebbe salito al 78% circa della popolazione ed è fra i più alti dell’intero paese’. Tentativo di giustificare una missione insensata e sempre più pericolosa.

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