lunedì 23 luglio 2018

Missione militare italiana nel Sahel. Ma perché?

Tanto pomposamente annunciato quanto denso di incognite. L’annuncio è stato dato direttamente dal premier Gentiloni sul ponte della nave militare Etna, dove con il ministro della Difesa Pinotti si era recato per gli auguri di Natale ai militari italiani della missione europea di controllo del Mediterraneo denominata Sophia. Tante le domande che questo annuncio suscita. […]

Tanto pomposamente annunciato quanto denso di incognite. L’annuncio è stato dato direttamente dal premier Gentiloni sul ponte della nave militare Etna, dove con il ministro della Difesa Pinotti si era recato per gli auguri di Natale ai militari italiani della missione europea di controllo del Mediterraneo denominata Sophia.
Tante le domande che questo annuncio suscita. Prima di tutto ci si chiede se averlo fatto in quella sede “operativa” dove tutto viene amplificato e diffuso in Europa e nel mondo, fosse opportuno, tenuto conto che per ora si tratta di una iniziativa dell’esecutivo che non ha riscontri in Parlamento. E con un Parlamento praticamente in smantellamento per fine del presente tortuoso mandato la domanda appare legittima. Ma poi i quesiti escono con maggiore virulenza dagli esami di situazione degli analisti.

“Cosa andiamo a fare, agli ordini di chi, e per quale scopo?” Il premier ha affermato che “noi dobbiamo continuare a lavorare concentrando le nostre attenzioni ed energie in quel mix di minacce provenienti dal traffico di esseri umani e del terrorismo, che è andato consolidandosi in questi anni nel Sahel”. Noi? L’Italia? E per quali strategici motivi di interesse nazionale? Bramosia del volerci essere subito, di far ad ogni costo parte della partita, di dare un segnale che l’Europa c’è perché siamo al seguito dei francesi? Perché tanta fretta? Vediamo. Quali sono veramente i nostri interessi? Valutiamo, ponderiamo e poi decidiamo cosa e come. È finita l’epoca dell’obbedienza subito, che ci obbligava a far sempre tutto ciò che decidevano i partner maggiori perché non avevamo alternative. Oggi, soprattutto in questa “Europa che non c’è” in assoluto, questo atteggiamento non ha più senso.

Vogliamo fare un esempio? Bene parliamo di immigrazione fuori controllo? In questa Europa e in questo mondo disordinato senza riferimenti ne leader ne leadership di Stati la questione profughi e migranti ha creato incomprensioni e contrapposizioni che si stanno sempre più aggravando. Il giovanissimo cancelliere austriaco Kurz, ha detto che “costringere i Paesi ad accogliere i rifugiati non aiuterà l’Europa….gli Stati membri decideranno ognuno per conto proprio quante persone accogliere”. Oramai è evidente, sono riemersi gli interessi nazionali. Ben vengano se sono funzionali alle presenti necessità di sopravvivenza. In questo nuovo clima anche gli italiani devono capire che non si può più essere europeisti ad oltranza, i primi della classe nella fedeltà all’idea europea ed alla solidarietà a tutto campo, a scapito dei gravi problemi domestici.

Ma poi in questa nuova missione italiana in Africa, obbedienza e subordinazione a chi? Alla Francia che con sahel2, questa modifica alla sua attuale missione nel Sahel, risparmierebbe uomini e denaro mantenendo la guida ed il comando delle operazioni? Ma ci ricordiamo come ci hanno aiutato con i profughi? Nessun concreto aiuto. Nulla se non qualche parola di circostanza di Macron! A Ventimiglia respingono quotidianamente tutti i profughi per loro non regolari, anche quelli trafilati in Francia e poi individuati come clandestini e noi ce li riprendiamo, tutti, senza colpo ferire, in silenzio. Vogliamo ancora schiaffi tipo Fincantieri? Il Parlamento e le competenti commissioni valutino. Il nostro problema dei profughi si risolve in Libia dove siamo in grado di intervenire potenziando le strutture di sicurezza del Paese con mezzi e materiali nonché finanziamenti. Si, ci sono dei costi e li dobbiamo affrontare, ma per questo, non per partecipazioni a missioni dove poi ci proponiamo sempre in ruoli minori come “addestratori”.

Per risolvere il problema dei profughi dobbiamo puntare ai rimpatri concordati. Andare a combattere il terrorismo nel Sahel significherebbe essere presenti con un contingente “combat”, non con pochi “addestratori”, e questa partecipazione sarebbe “politica internazionale strategica di rango”, politica che noi oggi come Italia non ci possiamo permettere. Noi ci nascondiamo sempre dietro al “politically correct” italico della “missione di pace”. Ma cosa vuol dire, la pace cos’è e dov’è? Quando si dislocano contingenti militari dobbiamo dare loro tutta la forza necessaria per assolvere in relativa sicurezza alla missione assegnata che è e quindi deve essere definita come “missione militare”. Basta ipocrisie su base ideologica per nascondere dietro una carta velina la realtà. Non ripetiamo errori del passato!

Oggi abbiamo altri problemi alle frontiere e al nostro interno. Ed allora non si possono sentire, da parte di chi propone e sostiene la futura missione, giustificazioni propagandistiche tipo “se andiamo laggiù non verranno da noi i foreign fighters”, cioè i delusi dell’IS che tornano a casa frustrati e sconfitti con progetti di terrorismo in Europa. Come se fossero così sprovveduti da passare in zone presidiate da forze internazionali, come se passassero solo di là! Ma andiamo! Oppure affermazione del genere “…..se andiamo laggiù non arriveranno più profughi..” come se il problema dei profughi riguardasse solo il Sahel.
Non possiamo permetterci spot da fine legislatura per la prossima campagna elettorale. Il problema, e gli italiani lo devono capire, è molto più serio.
Se non serve veramente agli interessi diretti del Paese, questa volta non si deve andare!

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