venerdì 25 maggio 2018

Quanno nascette Ninno a Betlemme e il pianto di Colapesce

«Quando nascette Ninno… non c’erano nemici sulla terra, la pecora pascolava con il leone, si vide il capretto giocare con il leopardo, l’orso con il vitello… e con il lupo in pace l’agnello..»
La Cantata dei Pastori, testo della tradizione del teatro barocco napoletano che narra del viaggio di Maria e Giuseppe verso Betlemme e delle insidie dei diavoli che tutto s’inventano per impedire la nascita di Gesù…
– Francesca de Carolis inevitabilmente natalizia, che completa il suo racconto-parabola con la leggenda di Colapesce, il ragazzo di Messina fatto mezzo pesce per punizione divina.
– Colapesce testimone “della strana pesca delle reti di Portopalo, che prime svelarono al mondo il cimitero che è diventato il nostro mare …”.
– “Piange Colapesce, che cercando un bambino da mettere nel suo presepe d’acqua, troppi ne ha visti affamati, calpestati, lacerati, insanguinati, massacrati… vittime della cattiveria ingorda e della crudele ipocrisia del mondo”.

Quanno nascette Ninno a Betlemme,
era notte e paréa miezojuorno…
Maie le stelle lustre e belle
se vedettero accussì,
e ‘a cchiù lucente,
jette a chiammà li Magge all’Uriente…

Nun c’erano nemice pe la terra
la pecora pasceva c’o lione.
C’o crapetto se vedette
‘o liupardo pazzià
l’urzo e ‘o vetiello
e cu lu lupo ‘mpace ‘o pecuriello…..

Sapete, in questi giorni sulle onde del Golfo rimbalzano le note della Cantata.. La Cantata dei Pastori, testo della tradizione del teatro barocco napoletano che narra del viaggio di Maria e Giuseppe verso Betlemme e delle insidie dei diavoli che tutto s’inventano per impedire la nascita di Gesù… Un canto che ancora è richiamo irresistibile e struggente…
Tanto irresistibile che, chi vive a Napoli e dintorni lo sa, anche gli esseri del mare, dopo il tramonto, si avvicinano alla costa e affiorano per ascoltare… Fra loro, vi assicuro, l’ho visto, ritorna anche Colapesce, essere in bilico fra la natura di uomo e quella di pesce… ché mai come in questi giorni la nostalgia della terra lo strugge. E il suo pianto, alla Cantata, è accorato controcanto…

Sapete come è andata la sua storia… Cola era un ragazzo di Messina che amava tanto l’acqua che se ne stava a bagno nel mare da mattina a sera, e a nulla servivano i richiami disperati della madre. Più forte il richiamo degli abissi… Ma la madre di Cola, stanca di quel ragazzo disobbediente, un giorno grida la sua maledizione: “Cola! Che tu possa diventare un pesce!”. Le porte del cielo quel giorno erano aperte, e la maledizione andò a segno.
Divinità irritate… non amano chi osa sfidare la propria natura… divinità dispettose… Così Cola, diventato mezzo uomo e mezzo pesce, è condannato a stare per sempre in mare. La leggenda dice che morì per la curiosità ingorda di un re che lo mandò a esplorare il fondo più profondo…, ma tutti sanno che Cola non è morto, è rimasto sotto il mare a reggere le colonne su cui poggia la Sicilia. A volte risale in superficie… e ancora è possibile incontrarlo, nelle acque fra l’Etna e il Vesuvio… ieri come ancora oggi, perché, anche la sua fiaba, come tutte, racconta cose che, ci ha spiegato Sallustio, “sembra non avvengano mai, ma sono sempre”…

E immaginate quante storie, quanti uomini ha incontrato e ancora incontra in mezzo al mare, in queste notti, di questi tempi. Anche per questo, mentre ascolta le note della Cantata, lo vedete con quell’aria tanto triste. E lì, su quello scoglio in mezzo al golfo, ha messo le statuine del suo presepe in un barcone… Così come ha visto fare da qualche tempo qua e là anche sulla nostra terraferma… e sono sempre di più i presepi nell’abbraccio di uno scafo, a dispetto dei furori ideologici che nulla vogliono sapere delle nuove verità…
Colapesce, che ha raggiunto i mari più profondi, e nei secoli ha visto giardini di corallo, e tesori, e navi sommerse e scheletri… ora incontra sempre meno tesori, e sempre più relitti e scheletri… E’ stato testimone, pensate, della strana pesca delle reti di Portopalo, che prime svelarono al mondo il cimitero che è diventato il nostro mare …

Quanti demoni in fondo al mare…
Già…“La sciorta ca ‘ngrata / cuntraria me và,/ se mostra spiatata / strellare me fà, /strellare me fà…. // Bella donna, palla d’oro, / palummiello, speretillo / e riavolo pigliatillo / pe’ lu surco và mò và!…”,
E Cola, di rimando… “Il mare è grande, le rotte sono tante e ancora di più i bisogni e i desideri che portano gli uomini a lasciare la propria casa per raggiungere il sogno dell’altra riva…”
E gli piace pensare che a tutti gli uomini caduti in acqua sia concesso di continuare ad ascoltare il grido dei gabbiani e che come lui continuino a vivere fra i misteri degli abissi..
Non è anche questo forse il messaggio che sta ascoltando questa sera?

E Colapesce sempre si commuove alla fine della Cantata, quando gli angeli sconfiggono i diavoli e alla grotta di Betlemme accorrono pastori, cacciatori, pescatori… Sogna, Colapesce, di potere un giorno essere anche lui davanti quella grotta…
E’ arrivata anche a lui la voce, che circola in alcuni paesi della riviera, che ridiventerà uomo e tornerà sulla terra “quando fra gli uomini non vi sarà più nessuno che soffra per dolore o per castigo…”
Per questo torna nei giorni dell’avvento, sperando sempre che il miracolo si compia..
Ma ancora troppi diavoli lo tengono lontano…

 

Piange Colapesce, che cercando un bambino da mettere nel suo presepe d’acqua, troppi ne ha visti affamati, calpestati, lacerati, insanguinati, massacrati… vittime della cattiveria ingorda e della crudele ipocrisia del mondo.
“Vintiré li ffronne de verdespina, / de verdespina, / nce nascette ninno chessa matina Ninnochessa matina. // Ma ‘na stella lucente / disse tienelo a mente, / a ‘stu munno nun guardare / ca li ffronne fa seccare, / si l’ammore vuo’ truvare / spine amare haje da chiantare. / Vintitré li rrose ca io chiantaie, / ca io chiantaie, / cu lu chianto mio pò l’addacquaie, / pò l’addacquaie. / Ma lu munno mercante, / ca d’amore è vacante…

Quante spine amare… in questo mondo mercante, così vuoto d’amore…
Ma Colapesce non è fuggito via…
Ieri sera, anzi, si è avvicinato, forse un po’ troppo, a riva per meglio ascoltare e sussurrare con noi… “Quando nascette ninno… non c’erano nemici sulla terra, la pecora pascolava con il leone, si vide il capretto giocare con il leopardo, l’orso con il vitello… e con il lupo in pace l’agnello..”
Perché ancora vuole crederci. Che un giorno possa infine tornare..

Potrebbe piacerti anche