giovedì 23 maggio 2019

Lettera a Remondino sui santini e sul coraggio del mestiere

Caro Ennio, scrivo a te per stima e amicizia. Scrivo su queste pagine dalla scorsa estate con passione e affetto. Sono queste pagine di alta montagna, con l’aria buona che serve. Sono importanti per avere coscienza che possa esistere un’idea diversa non buttata lì casualmente. Questo spazio è uno spazio di libertà. E mi pare importante che sia così.

Detesto i santini laici disinvolti che tanto piacciono a sinistra, o a quel luogo incartato mediaticamente che la rappresenta. Li detesto eppure provo grande stima per la capacità superlativa che hanno avuto in quest’epoca – e con loro i relativi maestri del marketing – di posizionarsi sempre perfettamente nel flusso ascensionale di quello che è necessario fare e dire nel dibattito pubblico.
Una grande dote. Essere nello stesso tempo pensatori (per dire, parliamo di giornalisti, scrittori, personaggi televisivi) che rivoluzionano tutto, all’avanguardia, con un nobile e cupo atteggiamento apocalittico o con ridanciana ironia, triturando nel compost comunicativo posizioni sulla sicurezza, sulla mafia, sulle conoscenze scientifiche, sul calcio, sull’eversione, sulla storia della sessualità e del potere: mantenendosi in perfetta sintonia con le mode intellettuali del tempo.
Li detesto filosoficamente, ma ne studio le prestazioni. Farsi leggeri, capaci di orientarsi galleggiando turaccioli nel flusso del tempo, non è operazione semplice. Occorrono indubbie capacità, metodo, abnegazione e una dose fortissima di equilibrismo per navigare contemporaneamente nel finto radicalismo e nel riconoscimento accademico. Per essere anti-istituzionale talmente bene da rappresentare una figura perfettamente compiuta e istituzionale. Voci contro, eppure esattamente nel senso giusto richiesto dalla fase politica, finanziaria, sociale, culturale.

Dice il barbiere sotto casa, maoista latinista, che la storia dell’umanità è disseminata da false bandiere. Da rivoluzionari al soldo di questo o di quello, di fenomeni storici la cui origine è discutibile, le cui azioni sono state eterodirette da potentati politici o finanziari. Cercando di non contraddirne l’analisi mentre col rasoio carezza il mio viso dalle fattezze nobili, facendomi la barba, taccio e mi interrogo. In quel luogo miracoloso tra l’ascolto e il non dire immediatamente, si coagulano i pensieri e i dubbi si fanno strada.
Mentre il latinista maoista mi tira su il naso per meglio radere il baffo, spiega di aver letto una meravigliosa intervista a Jean-Marc Mandosio. Io sto zitto per ignoranza, stavolta, mentre lui cita il titolo del libro di Mandosio, Longevità di una impostura: Michel Foucault . Non ne avevo sentore. Lui aggiunge: la figura più compiuta di filosofo anti-istituzionale istituzionale.
Dovresti scrivere, gli dico quando libera il mio volto ormai liscio e bello dalla minaccia del rasoio. Lui risponde: perché perdere tempo? Qui in questo atelier discuto con le persone delle mezze stagioni, della storia della mentalità, della meravigliosa potenza della natura che distruggerà il cemento riprendendosi la terra. Se scrivo, non essendo turacciolo, che fine faccio? Per chi scrivo? Per “Ragazzo, spazzola”, la rivista dei barbieri? Oppure mi metto su un bel blog di dietrologie applicate alla storia del mondo?
Pago, me ne vado confuso e felice. Anche io, che ho comunque il vizio della penna, preferisco i sentieri nascosti, la fatica della scoperta, la sua ambiguità. Quindi continuo a cercare e a scrivere, a riflettere e scavare, per cercare di capire dove si è inceppata la storia. Dove il mestiere che ho scelto ha fallito, quando sono apparsi i santini fasulli della conoscenza indiscutibile. Che cosa abbiamo fatto per contrastarne le azioni? Per riprenderci i giornali, per non credere alle bufale della politica e della finanza? Per far finta di credere alle fake news russe dopo decenni di manipolazioni informative?

Caro Ennio Remondino, scrivo a te per stima e amicizia. Scrivo su queste pagine dalla scorsa estate con passione e affetto. Sono queste pagine di alta montagna, con l’aria buona che serve. Sono importanti per avere coscienza che possa esistere un’idea diversa non buttata lì casualmente come una scia chimica. Non tutto quello che leggo lo condivido, non tutto quello che scrivo sicuramente non sarà condivisibile da te. Ma questo spazio è uno spazio di libertà. E mi pare importante che sia così. Per questo, sin dal primo giorno, ho scelto Polemos come nome della rubrica e l’idea del conflitto come stile per parlare della bellezza, della cura e dell’attenzione per il prossimo e per il bene comune rispetto al vantaggio privato e personale che si basa su un equivoco di fondo, sulla perdita dei valori per i quali abbiamo lottato, per i quali abbiamo fatto rinunce, ci siamo esposti e abbiamo combattuto con tutte le nostre armi in pugno.
Sono quindi una persona coerente? Uno bravo? No. Lo faccio perché non sono capace di tagliare capelli e radere senza sfregiarlo un essere umano. Riottoso e di brutto carattere, non sono proprio capace di farmi turacciolo quando serve. Di mutare pelle, di esporre teorie comode e del ciufolo sul terrorismo, sulle guerre invisibili, sui conflitti segreti che innervano la nostra pace, senza dire niente. Banalizzando o estremizzando concetti di superficie. Non ho le doti giuste. Forse un tempo, per ingenuità o incoscienza, posso aver sbagliato, posso aver aderito a cavolate esaltanti che sembravano cambiassero il mondo e invece no. Servivano a riorganizzarne le fila. A stringere i ranghi culturali. Quel tempo è passato, io non ho capito, non ho voluto capire l’antifona. Ho preferito di no.

In questi giorni di natalizi voglio cancellare i demoni del mestiere, che da anni combatto, e dedicare all’amicizia questo testo. All’amicizia e alla stima nate sul lavoro. Alle tue battaglie epiche, alla comune voglia di ironizzare sul mondo che attraversiamo. Al coraggio – di cui parlo sempre – e che è un piccolo passo semplice e fondamentale e che vedo in questo nostro giornale: il coraggio di continuare anche oggi a preferire di no.

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