Una parte della galassia palestinese si prepara alla Quarta Intifada. Un passaggio che potremmo definire, da quella “dei coltelli” a quella “delle bombe”. I servizi di intelligence israeliani sono in campana e starebbero monitorando i movimenti di Mahmoud al-Aloul, vice chairman dell’Autorità e componente del comitato centrale di Fatah. Aloul avrebbe tenuto un vertice ultrasegreto (mica tanto) che ha raccolto alcuni esponenti della leadership palestinese favorevoli a un’azione di forza contro Israele. Tutto ciò all’insaputa di Abu Mazen.
Secondo spifferi di corridoio sarebbero state messe in stato d’allerta le cellule di Tanzim, considerato il braccio armato di al-Fatah, un nucleo massiccio di miliziani che conta circa 2 mila combattenti e che ha il suo quartier generale a Nablus, in Cisgiordania. L’ordine sarebbe quello di passare all’azione, prendendo di mira obiettivi civili e militari. Il governo di Netanyahu, temendo un nuovo dilagare a macchia d’olio delle proteste, dopo la “sparata” di Trump sullo status di Gerusalemme capitale, avrebbe già preso le sue contromisure.
Andando subito al sodo, le autorità israeliane si sarebbero premurate di avvertire al-Aloul: niente passi azzardati o salta il banco. Nel senso che lo stesso leader barricadero e i suoi uomini. potrebbero diventare bersagli di operazioni “mirate” del Mossad. Dalle conseguenze facilmente intuibili. Il messaggio è stato recapitato “per direttissima” all’esponente di Fatah. Che adesso sa quello che rischia. In cauda venenum, gli israeliani hanno anche calcato la mano, parlando delle ambizioni di Aloul che, secondo loro, vorrebbe scippare la sedia di Abu Mazen, che ormai viaggia verso gli 83 anni. Sfidando il delfino designato, Jibril Rajoub.
D’altro canto, anche per questo, a Gerusalemme, non prendono sotto gamba il leader di Fatah, che ha un “curriculum” di tutto rispetto, essendo stato seguace di Kalil al-Wazeer, meglio noto come Abu Jihad. Il colpaccio realizzato da Aloul fu il rapimento di sei soldati d’Israele nel 1983: trattando abilmente uno scambio di prigionieri, riuscì a far liberare dal campo di Ansar (Libano) oltre 5 mila palestinesi. Mentre altri 100 dovettero essere scarcerati dalle patrie galere con la Stella di David. Aloul ha avuto una parte fondamentale anche nella Prima Intifada, quando era segretario del “Committee for Occupied Territories”.
Nella seconda sollevazione ha perso il figlio, ucciso dai soldati israeliani. In una sorta di quiete che precede la tempesta, le autorità di Gerusalemme si erano convinte a farlo tornare nella West Bank, dove, all’inizio lentamente e poi sempre più velocemente, ha cominciato a macinare propaganda, pronunciando discorsi di fuoco. Aloul ha focalizzato la sua azione politica sui Territori Occupati, denunciando la strategia di colonizzazione di Israele, che punta “a rubare ai palestinesi nuove terre”. Ha esaltato, poi, il ruolo militare di al-Fatah, che ha dato “numerosi martiri alla causa” durante le varie rivolte.
A partire dall’elezione di Donald Trump, con l’incarognirsi del clima di “confrontation” in tutto il Medio Oriente, l’ascesa del leader di Nablus ha avuto un’accelerazione, grazie anche a una specie di coordinamento delle proteste anti-americane nella West Bank. Grande maestro nell’utilizzo dei mass-media, Aloul appare frequentemente alla televisione palestinese e ha un profilo Facebook da dove scarica roventi accuse contro Israele e gli Stati Uniti. Se il clima politico andrà ancora peggiorando, per colpa della diplomazia di Trump, è probabile che i sogni di scalare i vertici dell’Autorità, per il leader di Fatah, potrebbero diventare realtà.
Intanto, continuano gli scontri che hanno fatto altri due morti tra i palestinesi. Ma le cattive notizie per gli israeliani non finiscono qua. I governativi siriani, sostenuti da Hezbollah, hanno conquistato un villaggio chiave a soli quattro chilometri dal confine dello Stato ebraico, sul Golan, proprio sotto il Monte Hermon. Mahat al-Mir è stato catturato in due giorni, sbaragliando i ribelli di Hayat Tahrir al-Sham, gruppo jihadista legato ad al-Qaida. Per la coalizione sciita, i combattenti qaidisti avrebbero ricevuto armi e sostegno logistico da Gerusalemme, secondo la vecchia formula che “i nemici dei miei nemici diventano amici miei”.
Con questa azione gli uomini di Bashar al-Assad hanno spaccato il fronte in due, completando l’operazione con una manovra a tenaglia, che ha chiuso le unità dei fondamentalisti in due sacche. E benché quando si parla di Golan, generalmente, a Tel Aviv vanno fuori di testa, non ci si spiega per quale motivo, a Gerusalemme, non hanno mosso un dito per salvare Mahat al-Mir. Misteri mediorientali.