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venerdì 20 Settembre 2019

Rivelazione natalizia del Dito medio di Cattelan

Che cos’è una lochescion? L’occupazione di spazi di bellezza? Sì. L’emblema della stupidità politica che sta svendendo i luoghi dell’abitare? Anche. Stavolta, a Milano in Piazza degli Affari, è la rivelazione pubblicitaria del perché esiste un’opera.

Una volta tanto uno degli interventi che odio di più, le lochescion dei nostri luoghi dell’abitare occupate per la pubblicità o per celebrare la ricchezza, ha perfettamente utilizzato lo spazio per spiegare il senso di un’opera di Maurizio Cattelan. L’opera in questione è l’ultracelebrata L.O.V.E. comunemente nota come “Il Dito”, posta al centro di piazza degli Affari a Milano ai tempi di Letizia Moratti, ma dove ancora imperversa. Che poi L.O.V.E. sta per libertà, odio, vendetta, eternità, bel pokerino assortito di parole, mentre il dito in questione è amabilmente il medio rivolto verso Palazzo Mezzanotti, sede della Borsa. Medio perché le altre dita di un saluto forse fascista sono troncate.
Piero Gobetti definiva il fascismo come autobiografia della nazione, lo scrittore Fulvio Abbate invece il fascismo è il selfie della nazione e riguarda tutti. Direi che questo dito medio, luogo prediletto del selfie acritico, è l’esatta predisposizione del tempo. E lo è ancora di più grazie alla rivelazione di Seat, la casa automobilistica della lochescion di cui sopra.

Onore, infatti, alla Seat e alla sua creatività natalizia così didattica da ispirare una certa simpatia, anche perché la costruzione di una porta visiva che inquadri il dito è qualcosa che somiglia alla vendetta della storia. La pubblicità, l’anima felice che muove il consumismo e col consumo crea quel meccanismo illusorio che annulla coscienze e moltiplica i capitali, sceglie la critica alla società targata Cattelan per fare proseliti.

La Seat ci spiega l’opera.

Perfetto direi. Il Dito è quello che è e che deve essere, un evento pubblicitario fine a se stesso. E viene da pensare che quel geniaccio di Cattelan abbia prefigurato questa scena. Il cittadino che guarda il dito e il dito che dialoga con la Borsa. E la luna? Suggerisce la domanda il mio barbiere anarchico. La luna non c’è più, caro mio e accorcia le basette. Non serve, è scomparsa, vive nei libri per bimbi o nelle notti romantiche, ma è finta anche questa. In attesa di uno sponsor per essere inquadrata. L’idiota invece? Caro amico mio che come paradosso metti uno specchio dietro la mia nuca e mi chiedi come va… quello abbonda.

Insomma, un Polemos pieno di lodi questa volta: per Cattelan (il più grande che la storia abbia mai espresso in millenni) che aveva capito, tanto da produrre un giornale dello stesso livello che si chiama Toilet Paper; la Seat che ha tradotto, il cittadino che si abbevera all’incomprensibile come fosse acqua di pozzo che disseta dall’ignoranza. Insomma, il cittadino che guarda il dito come guardasse lo specchio del mio barbiere, ma leggermente inclinato verso il basso. Quindi sa di pensare ed è felice.

Citazioni finali per inquadrare meglio le posterga dell’arte.

Sì, io sono un peccatore per la società che popola il mondo dell’arte. Non sono mai stato Citazioni finali per inquadrare meglio battezzato ufficialmente dalla critica militante, che ha sempre visto in me una frode a due gambe. Un’arte che fa ridere ma poi, come le barzellette, si dimentica subito.
Così, giustamente, scrive di se stesso Cattelan nella autobiografia non autorizzata che Francesco Bonami gli ha dedicato.

Ma se non è una critica alla finanza e al sistema capitalistico, visto che lo stesso dito se ne immerge nella marmellata, allora è una critica all’architettura del Ventennio, quindi all’architetto Paolo Mezzanotte. Se è così, il coraggio dell’autore, raschia raschia, salta fuori. Perché di coraggio ce ne vuole tanto per aprire una critica a un palazzo così bello con un LOVE così banale.
Commento del barbiere anarchico, al termine della spruzzata di uno spray terribile ovunque.

Secondo Hoelderlin nella “filosofia dell’arte” vi manca sempre o l’arte o la filosofia. Ovvero, “concetto” e “arte” sono inconciliabili. Ogni tentativo di “concettualizzare” l’arte è illegittimo. L’opera d’arte trascende i significati, col cercare di rendere un’opera significante, la si degrada a banale allegoria. Non che nell’opera non siano presenti i significati. Ci sono, ma utilizzati come materiale, alla stregua di tela, marmo, carta, inchiostro, ecc. I significati sono, appunto, trascesi. Tuttavia l’opera deve apparire sensata, deve essere convincente, deve “funzionare”. La logica dell’opera è una logica soggettiva e senza concetto, ma non per questo meno ferrea della logica del principio di non-contraddizione. Possiede dunque una regola, non-comunicabile (perché priva di concetto) ma solo applicabile. Dunque, l’arte, ha il suo punto di partenza nella soggettività, ma tende all’universalità, esige il riconoscimento da parte tutti, senza che questa pretesa possa essere sostenuta da una dimostrazione razionale (mediante concetti).
La traduzione generale di Felice Moramarco, che da oggi in poi eleggo a mio mito.

Ma non presentava X Factor ‘sto citto Cattelan?
Cliente in attesa, paziente, al termine della lettura accuratissima della Gazzetta dello Sport, si esprime.

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