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mercoledì 22 Gennaio 2020

Siria, guerra rimossa che ancora c’è e la pace che non arriva

Lo Stato Islamico non è ancora stato totalmente sconfitto in Siria. Il grosso dei miliziani si è rifugiato nella Middle Euphrates Valley, dove sta cercando di guadagnare tempo e vie di fuga verso altri Paesi.
Nel Paese ancora profughi interni e pochi ritorni dove non si combatte più.

Le guerre rimosse

Le guerre che scompaiono dei giornali non sono quasi mai guerre finite. Lo Stato Islamico non è ancora stato sconfitto definitivamente in Siria. Il grosso dei miliziani si è rifugiato nella Middle Euphrates Valley, dove sta cercando un modo per guadagnare tempo e vie di fuga verso altri Paesi. Una lotta contro il tempo, verso un finale siriano ormai scontato. Dunque verso la battaglia finale contro Isis a Deir ez-Zor.
Nell’ovest della Siria la guerra non è finita. L’esercito siriano continua a strappare terreno all’indebolito Hayat tahrir al Sham (Hts), una formazione nata da Al Qaeda ma che di recente ha provato ad avere ancora un peso nel paese.

Mentre in Siria le armi vengono progressivamente messe a tacere, a Ginevra continuano i tentativi di negoziare la pace. Il presidente russo Vladimir Putin ha recentemente dichiarato che la guerra contro il gruppo Stato islamico è conclusa su entrambi i lati del fiume Eufrate. Raqqa, la città che l’Is aveva trasformato nella sua capitale, rimane in macerie, con decine di migliaia di bombe inesplose in tutta la città.
Il presidente turco Erdoğan ha dichiarato che i combattenti dell’Is si sono spostati nel deserto del Sinai, in Egitto, mentre l’istituto egiziano Dar al Ifta sostiene si siano trasferiti in Libia. E i problemi creati dall’Is sono stati esportati dalla Siria settentrionale al Nordafrica.

Profughi e primi ritorni

A Ginevra continuano i tentativi di negoziare la pace, ma la crisi tra guerra e pace continua a paralizzare le vite dei siriani. Ne scrive Vijay Prashad, su Alternet, dagli Stati Uniti. Oltre cinque milioni di siriani profughi nel mondo. All’interno del paese 13 milioni di persone vivono in stato di necessità. L’Onu ha dichiarato che il 2016 è stato l’anno peggiore per i bambini del paese. Tre milioni di bambini non vanno a scuola. È impossibile calcolare il numero totale dei morti. L’assistenza sanitaria rimane in condizioni disperate. La speranza di vita media è crollata di quindici anni. Eppure, allo stesso tempo, in Europa e negli Stati Uniti i sentimenti di ostilità nei confronti dei profughi, in particolare di quelli musulmani, hanno raggiunto livelli altissimi.

Per l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il 10 per cento dei rifugiati siriani che vivono in Giordania, Libano e Turchia campano malissimo. E in questi sei anni, solo il 3 per cento dei quasi cinque milioni di profughi che vivono in questi tre paesi si è trasferito in occidente. La Turchia ospita quasi tre milioni di rifugiati siriani registrati ufficialmente. In Libano un abitante su cinque è un profugo siriano. Questi paesi sono stati travolti dalla crisi.
E solo mezzo milione di siriani è tornato nel paese d’origine. La maggior parte è rientrata dal Libano verso i villaggi e le città della Siria occidentale. Secondo l’Onu la situazione non è ancora abbastanza stabile per rimpatri sistematici.

La Turchia ha ammesso che non è più necessario rovesciare il governo di Assad. Posizioni simili, non proclamate ma reali, da parte degli Stati Uniti e da altri paesi occidentali. L’Arabia Saudita e altri stati del Golfo -rileva sempre Vijay Prashad su Internazionale– sono troppo impegnati a risolvere le loro crisi per sostenere ancora con soldi e armi l’opposizione armata al regime di Damasco.
Intanto si scatenano gli appetiti intorno alla Siria per vincere i contratti di ricostruzione del paese. Iraniani e russi sono pronti a investire. Le banche libanesi e i costruttori di strade brasiliani si metteranno in gara. Sarà importante che il popolo siriano sia al centro degli sforzi di ricostruzione. Non solo di quella fisica, ma anche di quella politica.

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