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sabato 18 Gennaio 2020

La strategia globale della Cina e le mediocrità occidentali

A fronte di un Occidente – a cominciare dall’America – in crisi profonda, la Cina si mostra al mondo come baluardo di sicurezza e di stabilità, ci racconta Michele Marsonet. In altre parole, propone se stessa quale esempio da imitare, e non si tratta solo di propaganda.

Con una rete capillare di “Istituti Confucio” presenti in ogni angolo del pianeta, Pechino esporta con successo i propri modelli culturali in un periodo ancora dominato dalla “American way of life”. E, fatto forse ancora più importante, sta allargando a macchia d’olio la sua penetrazione economica e commerciale grazie alla disponibilità di denaro che altrove scarseggia.
L’esempio più eclatante è ovviamente il progetto di una nuova “via della seta” destinata a congiungere Asia ed Europa nel nome di Marco Polo. Ma sono innumerevoli le acquisizioni cinesi di industrie straniere. Ultimo caso quello della Esaote di Genova, azienda fondata da Carlo Castellano, diventata leader nel settore dei sistemi diagnostici medicali e ora comprata da una cordata condotta dall’onnipresente Jack Ma (quello di Alibaba, per intenderci).

Viene quindi spontaneo chiedersi se la RPC, la Repubblica Popolare Cinese stia seguendo una strategia precisa, e la risposta a mio avviso non può che essere positiva. I tanti miliardari cinesi, prima di muoversi all’estero, debbono avere il beneplacito del Partito comunista e quest’ultimo, a sua volta, ha per l’appunto delineato una strategia a lungo termine che abbina la tradizionale abilità mandarina negli affari al progetto di conquistare in modo permanente lo status di grande potenza globale.
Mentre gli americani con Trump (ma anche con Obama) e gli europei con la traballante UE paiono più che mai incerti sul che fare, la Cina sta mettendo in pratica – senza fretta – un piano assai articolato di conquista di sempre maggiori spazi commerciali, culturali e militari per mettere in crisi gli equilibri complessivi seguiti alla fine della seconda guerra mondiale.

Mette conto notare, e si tratta di una notazione di grande importanza, che tale strategia si basa sulla contestazione dei principi basilari che reggono le democrazie liberali dell’Occidente. Si accusa Pechino di non consentire lo svolgimento di libere elezioni? La risposta è prontissima. Elezioni molto frequenti e quasi sempre incerte come quelle che si svolgono da noi compromettono la stabilità del sistema politico e la crescita di quello economico.
La si accusa di reprimere il dissenso e di censurare la libera circolazione delle notizie? Anche in questo caso la risposta non tarda. La dottrina confuciana insegna che, più di interessi e diritti individuali, contano gli interessi collettivi, e quest’ultimi esigono appunto stabilità, armonia e ordine. E se il prezzo è una uniformità forzata, vale comunque la pena di pagarlo qualora l’uniformità garantisca il progresso della società intesa nel suo insieme.

Altri due fatti vanno a questo punto citati. Il primo è che il modello cinese sta incontrando un favore crescente in Asia, Africa e America Latina. Nei Paesi dei cosiddetti Terzo e Quarto Mondo l’ideale della “società aperta” affascina assai meno delle garanzie di stabilità che la RPC offre (o sembra offrire). L’America in quei contesti è meno popolare di un tempo, e i cinesi ne stanno approfittando a man bassa.
Il secondo è che non è chiaro se, e fino a che punto, le autorità riusciranno anche in futuro a controllare in modo capillare l’opinione pubblica interna. Se tu ogni anno mandi milioni di studenti a frequentare università americane, inglesi, francesi, italiane e tedesche, puoi attenderti che al ritorno gli studenti si interroghino circa la carenza di libertà. E se autorizzi una sempre maggiore apertura alla “cultura” dei fast food e dell’usa-e-getta, devi mettere in conto che i giovani noteranno lo stridio tra la dottrina ufficiale e le pratiche quotidiane.

Più che da pericoli esterni, la Cina del dopo Mao è minacciata dalle sue contraddizioni interne, che il torrenziale discorso inaugurale di Xi Jinping al 19° congresso del Partito comunista non ha ovviamente menzionato. Sono questi, a tutt’oggi, gli unici elementi in grado di mettere in dubbio la realizzazione di quel “grande rinascimento cinese” più volte evocato durante il congresso.

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