venerdì 19 gennaio 2018

Trump, l’America e il mondo arabo

«Trump non ha ucciso il processo di pace, l’ha appena dichiarato morto», scive Zvi Bar’el, commentatore del quotidiano israeliano di sinistra Haaretz. Lo cita Eric Salerno sull’Huffington Post per dirci che Trump ha soltanto reso plateale ciò che la politica americana covava da tempo. Analisi simile a quella di Rami Khouri, giornalista libanese, si Internazionale, […]

«Trump non ha ucciso il processo di pace, l’ha appena dichiarato morto», scive Zvi Bar’el, commentatore del quotidiano israeliano di sinistra Haaretz.
Lo cita Eric Salerno sull’Huffington Post per dirci che Trump ha soltanto reso plateale ciò che la politica americana covava da tempo.
Analisi simile a quella di Rami Khouri, giornalista libanese, si Internazionale, che però aggiunge: «Per Washington i paesi arabi fanno parte della regione più sacrificabile del mondo e possono essere trattati con disprezzo in eterno».

La parte araba del mondo e Gerusalemme

Cinque aspetti critici di ciò che il governo statunitense fa e dice in Medio Oriente.
1. Inconsistenza e frequenti cambiamenti nelle dichiarazioni politiche delle diverse agenzie di governo su argomenti come la Siria, Qatar e i paesi del Golfo, la questione israelo-palestinese, eccetera.
2. I tweet presidenziali su questioni di politica estera che non si sa se leggere come direttive politiche o solo come sfuriate emotive di un iperegoista, spesso infantile.
3. Le diverse azioni militari e diplomatiche degli Stati Uniti sul campo -Siria, Iraq, Yemen, Egitto e altri paesi- in spesso contraddizione con qualsiasi discorso o tweet.
4. L’incertezza sull’obiettivo delle politiche mediorientali di Trump: benessere e sicurezza degli statunitensi o soddisfare gli interessi dei suoi sostenitori, dai fondamentalisti evangelici, ai finanziatori israeliani e autocrati arabi.
5. La squadra che si occupa della questione israelo-palestinese senza esperienza, dominata dal genero Jared Kushner e da altri sostenitori degli interessi e degli insediamenti israeliani.

Nulla da salvare nella politica di Trump verso il Medio Oriente?

Ipotesi ottimistica.
La decisione di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, scelta per soddisfare i fanatici filosionisti e i sostenitori degli insediamenti, -l’ultra destra di Netanyahu e dintorni- per continuare nel frattempo la politica americana basata sull’evitare azioni unilaterali a Gerusalemme fino a quando lo status della città sarà concordato attraverso il dialogo tra israeliani e palestinesi.

Realismo arabo.
«I paesi arabi possono sprofondare nella guerra civile, negli scontri settari, nella distruzione delle città, nei massicci flussi di disperati, nella devastazione dell’economia e nella distruzione ambientale senza alcuna reazione di rilievo da parte degli Stati Uniti, perché questi paesi non hanno alcuna importanza per il benessere degli americani», è la considerazione amara di Rami Khouri.
«È per questo che Washington può prendere le sue decisioni su Gerusalemme ignorando il diritto internazionale, i diritti e i sentimenti dei palestinesi e l’opinione di miliardi di cristiani, musulmani ed ebrei di tutto il mondo che vorrebbero vedere una Gerusalemme pacificata e condivisa».

Da Trump provocazione simbolica o peggio?

«È in malafede chi descrive il passo di Trump come “simbolico”. Al contrario è sostanziale e inserito nel nuovo scacchiere regionale che l’Amministrazione Usa intende costruire con i suoi principali alleati, Israele e Arabia saudita, e sul quale i palestinesi sono una pedina insignificante», scrive Michele Giorgio, di Nena News, su il Manifesto.

Abu Mazen, vecchio e ormai sconsolato presidente senza Stato e senza credito, sa che da subito il governo Netanyahu si sentirà incoraggiato a proseguire l’espansione delle colonie ebraiche nei Territori palestinesi occupati.
Ma le proteste che divampano ed aumenteranno?
«Le proteste sono come gli avvertimenti per la salute dei fumatori sui pacchetti di sigarette che intanto si continuano a fabbricare», è l’amareggiato commento del poeta palestinese Ibrahim Nasrallah.

Morto il ‘processo di pace’, cosa sarà dopo?

Proviamo a concludere con l’aiuto del giornalista e amico Eric Salerno.
Trump non avrebbe ucciso il processo di pace, ma l’ha soltanto dichiarato morto.
La realtà, ci dice Eric, è che il “processo di pace” -immobilizzato da dieci anni- ha consentito a Israele di aumentare gli insediamenti, di rafforzare il suo controllo su Gerusalemme e della strategica valle del Giordano. «Diventa sempre più evidente che senza forti (e improbabili) pressioni internazionali, i dirigenti israeliani, a destra come a sinistra, continueranno a considerare la Giordania l’unico “stato palestinese” che deve esistere accanto allo “stato ebraico”».
Salvo che, ultima citazione sempre da Eric Salerno: «L’altro giorno, Yehuda Shaul, uno dei capi del movimento degli ex militari israeliani contro l’occupazione, parlandomi del futuro, si è detto ottimista. “Succederà qualcosa di sconvolgente e Israele sarà costretta a porre fine all’occupazione”».
Con Trump alla presidenza Usa, l’ottimismo di Yehuda può diventare previsione di catastrofe.

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