lunedì 18 dicembre 2017

Yemen, guerra per procura senza diritto alla pietà

La «proxy war» dello Yemen, guerra remota e in conto terzi. Milioni di persone intrappolate sul fondo della Penisola Arabica tra il mare, le montagne e il deserto. Difficile fuggire. Dallo Yemen non partono flussi di rifugiati in direzione Europa. Non attentano al nostro quieto vivere. Non colpiscono i nostri occhi muovendosi su disumani, fotogenici barconi come i profughi siriani scappati da una guerra sicuramente di maggiori proporzioni.

«Mosca è seriamente preoccupata per lo sviluppo degli eventi, c’è il grande rischio che lo Yemen scivoli in un caos militare e politico accompagnato da una catastrofe umanitaria senza precedenti», dichiara il Cremlino, non facile agli allarmismi.
L’occidente, alle prese con le mattane di Trump su Gerusalemme, tace e forse trema, pensando a cosa potrebbe arrivare in quel Golfo strategico per le risorse petrolifere e la pace nel mondo, della fantasie ‘diplomatiche’ dell’attuale Casa Bianca.

Cosa sta accadendo?

Sabato scorso il potente ex presidente dello Yemen, Ali Abdullah Saleh, aveva annunciato in tv di aver cambiato fazione nel complesso conflitto che da due anni e mezzo è in corso nel suo paese. Saleh aveva chiesto alla popolazione di ribellarsi agli Houthi, la milizia sciita con cui era alleato, e aveva detto di voler collaborare con la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, che da marzo 2015 bombarda il paese e lo tiene sotto embargo.

Subito dopo il discorso sono iniziati scontri nella capitale Sana’a tra i sostenitori di Saleh e le milizie Houthi, che hanno accusato l’ex presidente di tradimento. La svolta di Saleh però è durata poco. Lunedì l’annuncio della sia morte da parte della guerriglia houthi mentre tentata di fuggire della sua ex capitale.

Con la morte di Saleh sembra essere fallito anche l’ultimo tentativo della coalizione guidata dall’Arabia Saudita di mettere fine a un conflitto che si è rivelato costoso e inconcludente, e che ha attirato sul governo saudita critiche sempre più forti da parte della comunità internazionale, a causa dell’enorme crisi umanitaria che ha prodotto, “la peggiore del mondo”, l’ha definita l’Economist.

Geopolitica dell’ipocrisia

Almeno diecimila vittime, i 7 milioni minacciati dalla fame, le oltre 2.200 portati via dal colera, i bombardamenti sauditi quotidiani. Ma perché la peggior crisi umanitaria della Terra non ci tocca abbastanza? Si chiede Michele Farina sul Post. Da quando è scoppiata, nel marzo 2015, ne parliamo come di una «guerra dimenticata». E dopo averlo detto o scritto, torniamo a dimenticarcene.
Perché la comunità internazionale non presta attenzione alla sorte di un disastrato Paese di 23 milioni di abitanti, il più povero del Medio Oriente prima ancora che scoppiasse l’ultimo conflitto?
«Una guerra tra loro». Da una parte i ribelli Houthi, ‘rozzi sciiti del Nord’, come vengono spesso descritti, che si alleano con e le milizie dell’ex presidente Saleh, il morto ammazzato di lunedì, che sperava di tornare il sella da dittatore. Dall’altra la coalizione di Paesi arabi sunniti guidata dai sauditi i cui raid aerei su mercati, scuole, funerali, sono stati denunciati da Amnesty International all’Onu.

Guerra in conto terzi

Una «proxy war», guerra per procura. Arabia Saudita contro Iran, il Paese sostenitore degli Houthi. Riad ha il sostegno dei tre Paesi occidentali nel Consiglio di Sicurezza Onu. Gli altri due, Cina e Russia, guardano da un’altra parte, sintetizza Michele Farina. “Mosca che non ha basi militari in zona e la Cina che non ha particolari interessi nell’area o li ha già soddisfatti”. Dall’altra parte del Golfo di Aden ha appena inaugurato la base militare di Gibuti. Per un mese, dai primi di novembre, i sauditi hanno interrotto il già fievole flusso di aiuti umanitari verso lo Yemen bloccando l’accesso a due porti sul Mar Rosso controllati dagli Houthi. Già prima dell’ultima guerra, lo Yemen importava il 90% del proprio fabbisogno. Manca la farina, non c’è denaro, ma non mancano le armi.

Teheran rifornisce di missili i ribelli sciiti. I sauditi comprano alla luce del sole in casa occidentale (proiettili costruiti in Italia in conto terzi, compresi). Negli ultimi tre anni la Gran Bretagna ha fatto affari per 5 miliardi di euro. Anche i francesi sono della partita, anche se i principali fornitori dei sauditi restano gli americani. A Riad Trump ha siglato accordi per 16 miliardi, compresa la fornitura di «bellissime» armi. Ha usato proprio questa parola, il presidente degli Stati Uniti: «beautiful». Come oggi ha detto, «Gerusalemme è la capitale d’Israele. Ora pace»

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