lunedì 17 giugno 2019

Su Washigton tempesta e rischio doppio impeachment

Tra pentimento e vendetta, le accuse dell’ex Consigliere Flynn. Guai in vista per il Presidente ma non solo. Coinvolto anche il vice Pence e rischio doppia procedura di impeachment con lo speaker della Camera, Paul Ryan alla Casa Bianca. Mai accaduto prima.
Trump fa finta di essere sereno e incassa il si del Senato alla sua riforma delle aliquote fiscali, uno dei rari successi della sua presidenza.
Il tempo per Piero Orteca di raccontarci tutto questo, e da Trump, notizia di stamane, un nuovo sgarbo al mondo: gli Stati Uniti, dopo il no agli accordi sul clima, si sfilano anche dal ‘Global compact immigrazione’ dell’Onu.

“Est modus in rebus”, dicevano i latini. Cioè, c’è modo e modo di fare le cose, perché a correre troppo si rischia d’inciampare. In America stanno cercando in tutte le maniere d’inguaiare Donald Trump, con l’affaire definito “Russiagate”, per portarlo dritto filato all’impeachment. Cioè a smammare dalla Casa Bianca. Non che la cosa in assoluto ci dispiaccia, dato che l’ex palazzinaro è veramente pericoloso. Per sè e per gli altri. Ovverosia per il resto del pianeta. Ma l’inchiesta, coordinata da una speciale Commissione, più va avanti e più fa emergere qualche forzatura. Come mai, direte voi, queste perplessità, spuntano giusto ora che l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, si è deciso a cantare come un canarino? La verità è che, a parte le pressioni (al limite del ricatto) per il “tintinnar di manette”, l’alto funzionario nutre nei confronti dell’ex “patron” un sano rancore, per essere stato trattato a pesci in faccia, quando Trump l’ha costretto a scendere, precipitosamente e in piena corsa, dall’autobus presidenziale.

Le prime voci di corridoio sulle presunte “rivelazioni”, dunque, moltiplicano gli interrogativi. Non è solo importante che cosa (eventualmente) Trump si sia detto con Putin, ma anche quando. Flynn ora parla di contatti avvenuti dopo le elezioni e prima dell’insediamento. Contatti che coinvolgerebbero anche il vicepresidente Pence, il figlio e il genero di Trump e tutto il cosiddetto “transition team”. In questo caso, sarebbe lo speaker della Camera, Paul Ryan, a subentrare come terza carica dello Stato nell’eventualità di un doppio “impeachment”. Il grosso della “robaccia” che interessa gli inquisitori, a cominciare da Robert Mueller, è però riuscire a stabilire se Trump, che si dice tranquillo, abbia avuto materiale scottante (contro Hillary Clinton) nel pieno della campagna elettorale. Questo farebbe la differenza e condurrebbe l’attuale Presidente in un vicolo cieco.

Intendiamoci, non è che i democratici siano mammolette. Ancora ci devono dire come e perché siano stati ammazzati i Kennedy. E per quale motivo Bill Clinton, che aveva trasformato lo Studio Ovale in una “fumeria” clandestina (si fa per dire) sia stato salvato dopo aver mentito spudoratamente. Certo, il re “non fa corna”, anche se nel caso specifico Bill le aveva fatte. Eccome. Ma le regole per alcuni si applicano e per altri si interpretano. Trump è palesemente inadeguato a ricoprire il ruolo di Presidente degli Stati Uniti. Ma questo basta a confezionargli addosso l’abito di spergiuro e ad affondarlo, quando altri sono stati “assolti”? Ciò che lo perde è anche il suo carattere impulsivo e vanaglorioso. Non si è per niente accorto, ad esempio, di stare sulle scatole perfino a molti compagni di partito repubblicani. In definitiva, il suo staff gli consiglia prudenza e lo invita a sbracarsi di meno su “twitter”. Vedremo.

Tutto questo nel giorno che ha segnato il suo principale (e unico) successo: l’approvazione della riforma fiscale. Paradossalmente, quello che non è riuscito pienamente a Ronald Reagan, potrebbe invece concretizzarsi con Donald “denoantri”, che non sarà una cima in affari internazionali e nelle politiche sociali, ma in economia ha il sesto senso del salumiere d’assalto (sia detto senza alcuna ironia). Dunque, come molti Paesi europei (tra cui l’Italia porta la bandiera), in America lo Stato concede poco e niente ai suoi cittadini, ma prende assai dalle loro tasche, disincentivando la propensione all’investimento e ai consumi. E facendo felici i cinesi, che una volta producevano (e vendevano) solo padelle e mutande e adesso, invece, stanno cominciando a inondare il mercato di beni durevoli, ad alto valore aggiunto. La bilancia commerciale Usa piange lacrime amare, il debito federale aumenta inesorabilmente e il Paese sta ancora a galla perché la “ragione sociale” si chiama Statti Uniti.

Se un giorno i risparmiatori del pianeta si svegliassero tutti in un colpo dal letargo e ragionassero sui numeri, allora forse la fiducia indefessa nel colosso d’Oltreatlantico si squaglierebbe come un ghiacciolo nel microonde. Questo Trump l’ha capito. O forse gliel’hanno spiegato. Hillary Clinton ha perso le elezioni, carognescamente, anche perché con la sua supponenza ha ignorato il grido di dolore che si alzava dalle tasche dei contribuenti. Che comunque, detto per inciso, pagano tasse molto ma molto più leggere di quelle che vessano i nostri compatrioti. Una riforma delle aliquote fiscali, magari sul modello lafferiano caro a Reagan [il cosiddetto “teorema da tovagliolo” del professor Arthur Laffer, NdR], pagare di meno, ma pagare tutti, se no sarebbero mazzate, è proprio quello che ci voleva per evitare lo scasso del sistema-Paese Usa. Trump, quindi, piange con un occhio e potrebbe assistere al concreto rilancio della sua economa. Sempre che non lo caccino prima.

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