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mercoledì 23 Ottobre 2019

Il Papa in Myanmar, pagode dorate e l’inferno dei Rohingya

Papa Francesco in Myanmar. 21° viaggio apostolico, forse il più difficile, nel cuore dell’Asia profonda e delle sue molte contraddizioni. Dopo Myanmar, il Bangladesh. La stessa direzione dei disperati Rohingya in fuga da persecuzioni e sterminio. Missione di solidarietà e di soccorso, senza poter nominare le vittime.

Dal Myanmar al Bangladesh, la stessa direzione dei disperati rohingya in fuga da persecuzioni e sterminio. Missione di pace, senza poterli nominare. Papa Francesco nelle vere e laceranti complessità asiatiche. Oggi il colloquio con Aung San Suu Kyi, premio nobel per la pace, ministra degli Esteri e consigliera di Stato, al centro delle polemiche per il suo mancato intervento sulla crisi della minoranza rohingya che sta lacerando la nazione. La sua mancata presa di posizione le farà revocare proprio oggi il riconoscimento «Freedom of the City» concesso a San Suu Kyi concesso da Oxford

Diplomazia nel silenzio

Come racconta il viaggio apostolico la stampa cattolica. Famiglia cristiana, un tempo il più diffuso settimanale italiano, dice le cose che non potrà dire Jorge Mario Bergoglio, nella difficile ex Birmania sulla strada del Bangladesh. E attraverso Padre Thomas Htang Shan Mong, della Conferenza episcopale del Myanmar, aggiorna la dolente contabilità dei Rohingya, la minoranza musulmana in fuga dall’ex Birmania. Gli ultimi dati ufficiali dell’Onu, che risalgono al 12 novembre, raccontano la fuga in Bangladesh di 615.500 persone, senza contare le migliaia di sfollati all’interno del Paese, tutti bisognosi di aiuto.

70 anni tra guerre e tensioni

Myanmar, un Paese che conta oltre 51 milioni di abitanti. Secondo il Governo l’87,9% è buddista. I cristiani sono il 6,2%, i musulmani il 4,3% , gli indù lo 0,5%, gli animisti delle zone tribali lo 0,8%. Dal 1964, in Myanmar un feroce regime militare nazionalizzò gli istituti religiosi e cacciò tutti i missionari stranieri, salvo rarissime eccezioni. La povertà affligge la maggioranza dei cittadini, milioni di giovani trattati come schiavi nei Paesi vicini dove sono costretti a migrare in cerca di lavoro. Negli ultimi tempi il Myanmar, pur saldamente in mano ai militari, ha compiuto importanti passi verso l’apertura.

L’Osservatore romano

Sull’osservatore romano, organo vaticano ufficiale, cronaca solo di fatti e di religione. La cattedrale cattolica di Saint Mary, la Shwegadon Paya, la più sacra pagoda del Myanmar, che conserva reliquie del Buddha, visitata nel pomeriggio in forma privata dal seguito papale. Statistica religiosa: in quella terra i cristiani sono solo il 5 per cento e i musulmani il 3,5. Ambiente: il palazzo municipale del sindaco cattolico Maung Maung Soe. Attorno stanno aumentando le baraccopoli, inequivocabili segni di una crescente povertà urbana. Secondo stime recenti, il 30 per cento dei 53 milioni di abitanti vive in condizioni di indigenza assoluta.

Vaticano-Myanmar

Temi annunciati del Papa in Myanmar: rispetto dei diritti, dialogo tra le religioni, difesa dei poveri, tutela dell’ambiente. Temi non proprio neutrali nell’incontro ieri con la più alta autorità militare del paese, il generale Min Aung Hlaing. Una sfida molto educata nelle forme, confronto non solo sui temi religiosi, con forti contenuti politico sociali cari all’occidente, che la cultura cristiana minoritaria in quella parte di Mondo, porta e rappresenta. Myanmar e Bangladesh (e tutta l’Asia attorno), popolazioni di altre fedi, buddisti nel primo caso e musulmani nel secondo. Problemi di valori umani e sociali non sempre condivisi.

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