lunedì 19 Agosto 2019

Radioattività 986 volte oltre, Russia paura Chernobyl

Le autorità ambientali russe hanno confermato dati allarmanti segnalati prima in occidente su ‘livelli estremamente alti’ -ben 986 volte il limite naturale- nelle concentrazioni dell’isotopo radioattivo Rutenio-106 (Ru-106) in molte parti del paese alla fine di settembre. E le sostanze radioattive viaggiano con i venti sul mondo. Rutenio, poco poco, il transito anche italiano, veniamo a sapere, ma quasi di nascosto.

O stanno tentando di nascondere qualche grave incidente nucleare o imperdonabile trascuratezza -tutti ricordiamo la tragedia di Chernobyl-, o ci stanno capendo poco o nulla, che è pure peggio.
Le autorità russe hanno confermato oggi, martedì 21 novembre, i rapporti che segnalavano un picco di radioattività nell’aria sopra la catena montuosa degli Urali da ben due mesi. L’ufficializzazione della notizia, quasi fosse problema di mal tempo, da parte del servizio metereologico russo Rosgidromet: «Livelli estremamente alti nelle concentrazioni dell’isotopo radioattivo Rutenio-106 (Ru-106) in molte parti del paese alla fine di settembre». La conferma delle segnalazioni europee sulla contaminazione avvenuta in quel periodo.

Le concentrazioni più alte si sono registrate ad Argayas, un villaggio nella regione di Čeljabinsk, nel sud degli Urali, dove l’inquinamento di Ru-106 supera il livello naturale di 986 volte. Le tracce di questa sostanza sono state rilevate dalle stazioni di monitoraggio di Argayash e Novogorny tra il 25 settembre e il primo ottobre, secondo quanto riportato dal servizio Rosgidromet.
L’ong Greenpeace Russia ha chiesto all’impresa statale russa che si occupa della gestione del nucleare di Mosca, ‘Rosatom’, “una severa inchiesta, e di pubblicare i risultati sugli incidenti avvenuti nel sito di Mayak”.
«Sito di Mayak», l’inferno nucleare russo. Lì, nel 1957, la catastrofe nucleare più grave della storia.
L’esplosione di un serbatoio di rifiuti radioattivi, compreso plutonio, con una nube radioattiva che coprì un’area di circa 23.000 chilometri quadrati. La “East Ural Radioactive Trace” che sprigionò almeno il doppio dei radionuclidi dell’incidente di Chernobyl.

Rutenio marziano?

Dopo le prime notizie trapelate in ottobre, Rosatom ha rilasciato una dichiarazione sostenendo che queste sostanze non provengono dalle sue strutture. Manco fossero ‘radiazioni spontanee’. “Nei campioni testati dal 25 settembre al 7 ottobre, inclusi gli Urali meridionali, non è stata trovata traccia di Rutenio-106, eccetto a San Pietroburgo”, si legge nella dichiarazione. Problemi di credibilità.
Rosgidromet, che si occupa di meteorologia, ha rilevato che l’isotopo ha raggiunto “tutti i paesi europei a partire dall’Italia verso il nord dell’Europa” dal 29 settembre. Così girano i venti.
A novembre l’Agenzia di sicurezza nazionale francese ha registrato radioattività nell’area tra il fiume Volga e i monti Urali, per loro derivante da un sospetto incidente riguardante combustibile nucleare o la produzione di materiale radioattivo.

Subito dopo l’agenzia prova a rassicurare, affermando che il rilascio dell’isotopo Ru-106 non pone alcun rischio di salute o ambientale per i paesi europei. Forse, se qualcuno riesce a spiegarci perché qualcuno ha fissato un certo limite per la presenza in natura di quella sostanza che scopriamo non essere affatto naturale, ma prodotto delle lavorazioni nucleari umane. Ma se quel ‘limite’, da intendersi come valore massimo, in quella sfortunata zona viene superato ci quasi 1000 volte, i poveri abitanti dovranno temere una dermatite o ulteriore proliferazione di malattie cancerogene?
Il britannico The Guardian ripropone la questione nei termini rigorosi della lingua inglese.
«Russia reports radioactivity 986 times the norm after nuclear accident claim Moscow says ‘extremely high’ levels of ruthenium-106». RADIOACTIVITY 986 TIMES THE NORM. 986 volte la norma. Forse soltanto nei lontani Urali, ma tutti, anche qui in Italia abbiamo il diritto di sapere.

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