martedì 20 Agosto 2019

Ucraina, tra golpe e rivoluzione, quei cecchini di Maidan

Ucraina, le verità nascoste. Parlano i cecchini di Maidan. Titoli categorici di provenienza inaspettata con riletture plurali, partendo da destra ripercorri tutto il giornalismo più curioso. Autore Gian Micalessin, reporter di litigata collocazione ma di  grinta certa e importanti successi giornalistici.
Possibilità di strumentalizzazioni infinite, come in ogni conflitto e come fu da subito su tutta la partita informativa sull’Ucraina, da Soros a Putin.

L’inchiesta del settimanale del TG5 “Terra” e il sito “Gli Occhi della Guerra” con l’intervista ai cecchini del Maidan rivela chi e cosa c’era dietro a quanto accadeva a  Kiev nel febbraio 2014.

Quesito chiave
Chi ha massacrato oltre ottanta fra dimostranti e poliziotti riuniti a Maidan Nezalezhnosti, la Piazza dell’indipendenza di Kiev cuore e simbolo – fino a quel fatidico 20 febbraio 2014 – delle manifestazioni a favore dell’accordo di associazione all’Unione europea?
Chi ha massacrato oltre ottanta fra dimostranti e poliziotti riuniti a Maidan Nezalezhnosti, la Piazza dell’indipendenza di Kiev cuore e simbolo – fino a quel fatidico 20 febbraio 2014 – delle manifestazioni a favore dell’accordo di associazione all’Unione europea?
Le rivelazioni dell’inchiesta di Gian Micalessin.

Cecchini georgiani anti russi
a seminare morte e caos per
far cadere il governo ucraino

L’opposizione anti russa fattasi governo dopo la cacciata del presidente filo russo Viktor Yanukovych ha sempre puntato il dito contro le forze speciali del deposto presidente accusandole di aver mandato una squadra di cecchini a sparare sui manifestanti per affogare la protesta in un bagno di sangue. Già allora però molti sollevavano dubbi e perplessità.
Il primo a contestare quella versione è stato il ministro degli esteri estone Urmas Paet. Rientrato da un viaggio a Kiev compiuto solo 5 giorni dopo il massacro riferisce in una telefonata alla commissaria agli esteri dell’Unione Europea Catherine Ashton.
Accertamenti clinici sulle molte vittime degli scontri, tutte uccise dello stesso tipo di proiettili in un abile tira segno. Cecchini, ma nessuno del nuovo potere indaga su chi veramente li comandava e la britannica Aston non chiede.

L’altra verità 4 anni dopo

Verso la fine dell’estate 2017 a Skopye la capitale della Macedonia, Micalessin riesce a incontrare Koba Nergadze e Kvarateskelia Zalogy, due georgiani protagonisti e testimoni di quella tragica sparatoria e del successivo massacro. Militanti e attivisti del partito di Saakashvili. In un altro Paese dell’est il terzo testimone, Alexander Revazishvilli, un ex tiratore scelto dell’esercito georgiano, anche lui protagonista della sparatoria di Maidan.
«Sia Nergadze sia Zalogy sono legati all’ex presidente georgiano Mikhail Saakashvili, protagonista nell’agosto 2008 di una breve, ma sanguinosa guerra con la Russia di Vladimir Putin», ricorda Micalessin.

La ‘legione georgiana’
Reclutati alla fine del 2013 da un consigliere militare di Saakashvili. La rivolta Ucraina nel 2013 era simile alla “Rivoluzione rosa” avvenuta in Georgia anni prima, organizzata e finanziata della fondazioni Soros e alleati atlantici, britannici e tedeschi. I nostri protagonisti, aggregati a vari gruppi di volontari tra il novembre 2013 e il gennaio 2014, ricevono dei passaporti con nomi falsi e un anticipo in denaro. “Mille dollari a testa promettendo di darcene altri cinquemila più in là”.
“Il nostro compito -spiega uno dei tre- era organizzare delle provocazioni per spingere la polizia a caricare la folla”. Prima furono molotov, scudi e bastoni. Poi arrivano le armi.
Compare un militare americano, Brian Christopher Boyenger, ex ufficiale e tiratore scelto della 101esima divisione aviotrasportata statunitense. E compaiono borse piene di armi che vengono distribuite ai gruppi di militanti georgiani e lituani che risiedono nell’Hotel Ucraina, l’albergo affacciato sulla piazza usato come quartier generale dall’opposizione.

Pistole Makarov , mitragliatori Akm, carabine.
«Sparare per seminare un po’ di caos, per non andare a elezioni presidenziali anticipate ..»,.
«Non importava se sparavamo ad un albero, a una barricata o a chi tirava le molotov. L’importante era seminare il caos».
«Ci era stato ordinato di sparare sia sui Berkut, la polizia, sia sui dimostranti, senza far differenza».
Mentre feriti e morti arrivano nel salone dell’Hotel Ucraina i cecchini fuggono dalle stanze e le vittime si ritrovano accanto ai loro assassini.

«Dentro -racconta uno dei tre testimoni di Micalessin- c’era il caos, non capivi chi fossero gli uni e gli altri. La gente correva avanti e indietro. Qualcuno era ferito… qualcuno era armato. Fuori era anche peggio. Nelle strade c’erano tanti feriti. E morti tutt’attorno».
«Qualcuno gridava che c’erano dei cecchini. Sapevo bene di cosa parlavano. Il mio unico pensiero è stato scomparire, prima che si accorgessero di me. Altrimenti mi facevano a pezzi».
«In quel momento non ho realizzato poi però l’ho capito. Siamo stati usati. Usati e incastrati».

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