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mercoledì 20 20 Novembre19

Guai al giornalista che svela i conti segreti dei servizi segreti

Nicola Borzi, giornalista del Sole 24 Ore. La procura di Roma lo indaga per violazione del segreto di Stato (!). Aveva pubblicato i destinatari di soldi dei servizi segreti divenuti per errore pubblici. La Guardia di finanza ha sequestrato l’hard disk del suo computer. Problema aperto tra libertà di stampa, Aisi e Procura di Roma.

Nicola Borzi, giornalista del Sole 24 Ore,
professionista serio di un quotidiano serioso

Tutti e due, reporter e quotidiano economico dell’editore Confindustria si occupavano dei banche venete e fallimenti sospetti e vari. Facevano il loro mestiere, loro. Sostiene di averlo fatto anche la Guardia di Finanza che venerdì sera è stata mandata a sequestrare l’hard disk del computer del reporter. L’ordine di sequestro da parte della procura di Roma, scelta molto molto discutibile, anche per l’ipotesi di reato: violazione di segreto di Stato (!) per dati divenuto pubblici sia pure per errore? Di certo è che alla Procura di Roma hanno deciso di violare il segreto professionale per Borzi e per il giornalismo.

Indagine su Banca Popolare di Vicenza

Tutto a causa di un articolo pubblicato il 16 novembre in cui si raccontava l’“estratto conto” della Presidenza del Consiglio e dei Servizi segreti nazionali contenuto in decine di pagine di documenti “in chiaro” che provengono tutti dal gruppo Banca Popolare di Vicenza. Ovvero, spiega Nicola Borzi nel suo articolo, conti che venivano utilizzati per fare versamenti a beneficiari diversi. Insieme a schiere di anonimi sparsi in tutta Italia, tra i beneficiari dei versamenti ci sono i nomi di contabili del ministero dell’Interno «inquadrati nel ruolo unico del contingente speciale della Presidenza del Consiglio dei ministri», personale della Protezione civile e del Dipartimento Vigili del fuoco, funzionari del Consiglio superiore della Magistratura.

Poi avvocati, dirigenti medico-ospedalieri, vertici di autorità portuali e di istituzioni musicali siciliane. Ci sono giovani autori e registi di fortunatissimi programmi di infotainment di tv nazionali private, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, fumettisti vicini al mondo dei centri sociali. Ma soprattutto i vertici dell’intelligence italiana, dotati di poteri di firma sui conti, e alti funzionari territoriali dei Servizi e delle forze dell’ordine: ufficiali del Carabinieri con ruoli in sedi estere, ispettori della Polizia di Stato coinvolti nel processo dell’Utri del 2001, dirigenti dell’ex centro Sisde di Palermo già noti alle cronache per vicende seguite all’arresto di Totò Riina. Soldi Aisi, sembra di capire, i servizi segreti interni, ex Sisde.

BPVI cassaforte dei servizi segreti

Anche il Mattino di Padova ha dedicato un articolo alla vicenda nei giorni scorsi, raccontando che la pubblicazione è dipesa da una falla del centro elaborazione ‘Sec Servizi’, società padovana che conserva milioni di informazioni dei clienti di versi istituti di credito italiani, fra cui la Banca popolare di Vicenza: da lì sono spuntati gli estratti conto. I servizi segreti italiani, si scopre da quei documenti, per molti anni hanno appoggiato i loro conti su Banca Nuova, la controllata siciliana del Gruppo Bpvi. Nulla di irregolare, contabilmente parlando. Sui destinatari dei soldi, altra faccenda. I conti sarebbero stati chiusi nel 2014. Nella documentazione, ci sono quasi 1.600 transazioni per un valore di oltre 640 milioni di euro.

Segreto di Stato Uber Alles? Sul metodo investigativo e sulle scelte della Procura di Roma, problema giuridico aperto. Ordine dei giornalisti e Federazione stampa: “L’accesso della polizia giudiziaria della Gdf nella redazione e nel sistema informatico del Sole 24 Ore ripropone il tema della proporzionalità degli atti di indagine delegati dalla Procura, e perciò del rispetto del segreto professionale dei giornalisti, delle loro fonti e, in definitiva, dei lettori-cittadini. Non è ammissibile che gli ufficiali di Polizia giudiziaria, ritengano di poter avere accesso – su delega in questo caso del procuratore capo di Roma – a tutta la memoria informatica dei dispositivi del giornalista, perché questo configura un chiaro eccesso (abuso) rispetto alle finalità dell’inchiesta”.

Comunque vada e finire gran brutta storia. Per l’Aisi che ha visto diventare pubbliche fonti che doveva proteggere. ma forse anche fonti che non avrebbe dovuto avere. Per la procura di Roma con la scelta di una prova di forza legalmente discutibile e decisamente forzata nella sua esecuzione. e.r.

 

NICOLA BORZI E QUEL COMPUTER VUOTO

Dove una volta c’erano centinaia di directory, ordinate per argomento e/o per anno mese e giorno, dove c’erano decine e decine di migliaia di file registrati catalogati ordinati, frutto del lavoro al Sole 24 Ore dal 1996 – 21 (ventuno) anni -, dove c’erano migliaia di email e di numeri di telefono non c’è più NULLA.
Questa è l’immagine della memoria del mio nuovo computer. Un enorme spazio VUOTO.
In una sola sera, con un mandato di acquisizione e/o perquisizione contro IGNOTI, mi hanno tolto TUTTI GLI STRUMENTI DI LAVORO raccolti in decenni di professione.

Perché? Perché HO FATTO SOLO IL MIO LAVORO. Io non ho rubato né trafugato niente, non ho pagato alcuno né son stato pagato da nessuno, non ho fatto nulla che non fosse ricevere informazioni, tentare di verificarle al meglio, renderle note ai lettori secondo il mio DOVERE di giornalista per rispettare il DIRITTO dei cittadini a essere informati.
Io non ho fatto il lavoro delle spie, delle talpe, degli informatori.
Io non ho fatto il lavoro dei poliziotti né quello dei magistrati: categorie che io rispetto profondamente, come rispetto lo Stato, ma che fanno un lavoro diverso dal mio.

Il mio lavoro era è e sarà sempre e solo informare i lettori, i risparmiatori, l’opinione pubblica sulle banche, sulla finanza, sull’economia, sulle loro vicende buone e sulle meno buone, sulle loro magagne, soprattutto su quello, proprio su quello, che non vorrebbero si sapesse.
Adesso, e per chissà quanto ancora sinché un giudice non riterrà di potermi riconsegnare il mio archivio, il mio lavoro, la mia vita, dovrò ricominciare da zero.
Non ho più documenti: niente più relazioni della Consob, niente più documenti di Banca d’Italia, niente più bilanci di banche, di società, niente più relazioni, referti, esposti, niente più email di risparmiatori, sindacalisti, lettori.

Eppure io ho collaborato con gli inquirenti. Gli ho fornito l’unica copia del materiale in mio possesso. Gli ho consegnato le chiavi di criptatura dei file. Erano su un supporto esterno, non c’era bisogno di togliermi il disco rigido dal computer redazionale, con il mio archivio.
Lo hanno scritto anche loro nel loro verbale, sono stato completamente collaborativo. Non sono -che a me risulti- indagato: sono TESTIMONE.
All’acquisizione (non perquisizione, proprio in virtù della mia totale spontanea collaborazione) ho solo opposto il comma terzo dell’articolo 200 del Codice di procedura penale: ho opposto il segreto professionale sulle mie fonti. Che è la prima, inviolabile, assoluta regola del mio lavoro.

Chiedetevi come mi sento. Chiedetevi come vi sentireste voi al posto mio davanti a questo scempio.
E l’articolo 21 della nostra Costituzione?
« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Nicola Borzi

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