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sabato 14 Dicembre 2019

Valori fondamentali dell’Ue a rischio in Polonia

Il Parlamento europeo chiede sia applicata alla Polonia la sanzione più grave nei confronti di uno Stato membro, la sospensione del diritto di voto in Consiglio. Larga maggioranza per la grave accusa di violare i valori fondamentali dell’Unione.
Il governo dell’estrema destra nazionalista e gli interventi censurati dall’Ue sulla costituzione.
Allarme guerra civile da l’ex presidente Lech Walesa

«Varsavia, il suo attuale governo sta allontanando dalle norme della democrazia e dello stato di diritto la Polonia».
Valutazione grave e richiesta di sanzione massima, quasi dichiarare quel Paese fuori dalla stessa Unione. Per ora, ad essere fuori, a rischio, risultano i valori fondamentali dell’Ue in Polonia. Lo afferma il Parlamento europeo in sessione plenaria con 438 voti a favore, 152 contrari e 71 astensioni, larga maggioranza. Richiesta formale al Consiglio perché attivi il meccanismo previsto dall’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. L’articolo prevede la sanzione più grave nei confronti di uno Stato membro che violi i valori fondamentali elencati all’articolo 2.

«L’Unione offre ai suoi cittadini uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne, in cui sia assicurata la libera circolazione delle persone insieme a misure appropriate per quanto concerne i controlli alle frontiere esterne, l’asilo, l’immigrazione, la prevenzione della criminalità e la lotta contro quest’ultima».

Il leader politico dell’attuale governo Jaroslaw Kaczynski

L’atteggiamento xenofobo dell’attuale maggioranza nazionalista al governo e il non rispetto di accordi precedentemente firmati sulla ricollocazione dei migranti, questione di grande interesse italiano, certamente al centro della grave decisione, per ora la richiesta di una procedura.
Più pesanti e preoccupanti le contestazioni da parte di Bruxelles su alcune leggi che -valutazione Ue- porrebbero di fatto la magistratura sotto il controllo del governo

Cosa sta accadendo in Polonia?

Sabato 11 novembre, a Varsavia, la celebrazione per ricordare l’indipendenza della Polonia. La festa che dovrebbe commemorare l’anniversario della Seconda Repubblica di Polonia (1918) è, però, diventata, da diversi anni, un evento al quale partecipano gruppi e simpatizzanti nazionalisti e oltre, polacchi e non solo.
Due testimoni allarmati nelle interviste di Andrea Tarquini, comparse nei giorni scorsi su Repubblica.

Lech Walesa: “Demoni in Europa, la mia Polonia rischia la guerra civile”
Per l’ex presidente le democrazie sono in pericolo: “Bisogna davvero reinventare la politica, altrimenti i vecchi nazionalisti e fascisti risorti resteranno. Temo brutte esperienze di sangue”

Polonia, la resistenza del sindaco di Danzica: “Democrazia a rischio”
Pawel Adamowicz è il leader dei sindaci che si oppongono alle politiche del governo nazionalconservatore: “Il regime di Kaczynski si consolida passo dopo passo, con purghe al vertice di polizia, forze armate, media”.

Lech Walesa

«Siamo entrati nella nuova èra postcomunista. La mancanza di political correctness nel senso vero del termine, correttezza sostanziale, da parte dei politici e la mancanza di attività politica della società ci dicono che i vecchi strumenti della politica non bastano più. Masse schierate con Kaczynski in Polonia, masse per Trump in Usa, masse per certi altri politici in Francia, dicono che la gente è stanca delle vecchie strutture. La questione, insisto, è come garantire la democrazia inventandone di nuove. La questione è se riusciremo a farlo evitando brutte esperienze, violenze, sangue. Mi chiedo se emergerà solo dopo che avremo subíto eventi tristi».

La permanenza della Polonia nella Ue in pericolo?
«Se continuano eventi come quelli che abbiamo appena visto potremmo persino finire in una guerra civile. Dobbiamo organizzarci, e convincere gli elettori di Kaczynski che hanno sbagliato. Da anni dico che è pericoloso. Dobbiamo organizzarci in fretta, per riuscire ad avere un cambiamento senza sangue, altrimenti affronteremo problemi gravi, con la Polonia con i fantasmi tornati nel mezzo della transizione tra l’èra degli Stati nazionali e la nuova èra globale».

Sindaco di Danzica

Danzica, culla della rivoluzione a Wroclaw, da Poznan a Slupsk, alla stessa capitale Varsavia: nella Polonia investita dall´offensiva estremista dopo la marcia degli ultrà sabato, l’opposizione di quelli che resistono. Uno loro leader, il sindaco di Danzica Pawel Adamowicz.

«Organizzazioni nazionaliste e neofasciste trovano ampio spazio nei media pubblici controllati dal potere, dallo Stato e dal PiS, il partito di maggioranza. Leader nazionalisti, banditi e xenofobi, chiamati ‘patriarchi’, e ciò sposta il confine tra patriottismo e nazionalismo. L’episcopato polacco ha diffuso un documento in cui definisce il patriottismo cristiano ben differente dal nazionalismo. Ciò nonostante i nazionalisti gridano in piazza ‘vogliamo Dio’. Uno stravolgimento degno dei libri di Orwell, manipolano anche le parole della chiesa e così seducono specie i vulnerabili giovani».

Teme scontri violenti o guerra civile?
«L’abuso fisico è di solito preceduto dalla violenza verbale. In Polonia affrontiamo il brutalissimo linguaggio nel dibattito pubblico, da Jaroslaw Kaczynski fino agli slogan in piazza. Dobbiamo difenderci dalla propaganda governativa che dipinge Bruxelles come la nuova Unione Sovietica, la nuova Mosca. Il regime di Kaczynski si consolida con purghe al vertice di polizia, forze armate, media, tribunali, funzione pubblica. Le autorità creano un clima di paura. Risultato: presto i giudici avranno molta attenzione alle intenzioni dei politici. Il governo vuol decidere su cosa la giustizia può indagare o no. È molto pericoloso».

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