domenica 19 novembre 2017

Nasce la Difesa europea delle buone intenzioni

Nasce la Difesa europea, che cosa prevede e come funziona, per alcuni almeno. L’accordo firmato da 23 Paesi dell’Unione. Macron vorrebbe un esercito unico, ma la strada è molto lunga e le opposizioni molte e diverse tra loro.

La bella addormentata

«La Bella Addormentata del Trattato di Lisbona», nella definizione del presidente del governo dell’Unione Jean-Claude Junker. Oggi dicono si sia svegliata, almeno per 23 dei 27 stati dell’Unione ancora rimasti. Quelli che ieri hanno firmato la richiesta di aderire alla pessima sigla di «Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa», che, in gergo comunitario si chiamano Pesco, che non è molto meglio. L’esercito del Pesco e quello del Pero. ‘Pesco’ comunque, dovrebbe portare a un esercito europeo.
Un esercito per il momento di carta, su cui politica e generali hanno appena iniziato a litigare. C’è ad esempio l’esercito vero che ha detto di volere Emmanuel Macron. Ma in quella direzione la strada è ancora molto lunga.

Armata buone intenzioni

Per il momento siamo alle buone intenzioni, alle cose forse da fare. La spinta per tentare almeno di svegliare la ‘Bella Addormentata del Trattato di Lisbona’, è arrivata da due fenomeni storici: la Brexit, che vedrà uscire dall’Ue, il Paese più restio a una collaborazione nel campo della Difesa, e l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, che ha mandato all’Europa un messaggio chiaro: per difendersi è meglio contare sulle proprie gambe.
“In pochi mesi abbiamo fatto più passi che negli ultimi 60 anni” sostiene la ministro della Difesa, Pinotti, a Bruxelles col collega Angelino Alfano. Ultime battute di ministeri incerti. «Giorno storico per la Difesa europea» enfatizza Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la politica estera Ue, la sola sopravvissuta certa del renzismo.

Chi ha aderito

L’Italia -con Francia, Germania e Spagna- fa parte del nucleo duro dei 23 Paesi che hanno deciso di salire su questo treno, che di fatto conferma un’Europa capace di compiere passi avanti solo se fatti a più velocità. Malta, Irlanda, Danimarca, Portogallo e Regno Unito infatti non parteciperanno alla Pesco. Almeno non subito.
Come in tutti i progetti ‘a più velocità’, la porta resta aperta a chi vuole aggiungersi in un secondo momento. “Eccezionalmente” anche Stati terzi (non Ue) potranno essere invitati a partecipare ad alcuni progetti se “forniranno un valore aggiunto sostanzioso”, ma non avranno potere decisionale nella governance della Pesco. Questo consentirebbe, in futuro, una collaborazione con il Regno Unito.

Quando

Formalmente, la Pesco diventerà realtà dopo l’approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio Affari Esteri, voto previsto per l’11 dicembre. L’obiettivo è quindi dare l’avvio ufficiale “entro la fine dell’anno”. Il percorso decisionale si muoverà su due livelli: quello complessivo, che coinvolgerà il Consiglio, e in cui le decisioni verranno prese all’unanimità tra i Paesi partecipanti alla Pesco; e poi un livello specifico, all’interno dei singoli progetti, gestito dai Paesi che vi parteciperanno.

Cosa

I progetti su cui i 23 Stati avanzeranno a braccetto non sono stati ancora definiti nel dettaglio. Vale per ora il pessimismo. Ma presto ci sarà una lista precisa, promettono. I progetti ci dovranno dire sia delle capacità sia della dimensione operativa di quello che vogliamo realizzare.
Uno dei punti deboli dell’attuale sistema delle Difese europee in cui ogni Paese fa da sé, è ad esempio legato alla moltiplicazione di costi e alle diverse caratteristiche degli armamenti dei singoli Stati, che spesso non sono in grado di ‘dialogare’ tra di loro.

Dossier aperti

La Commissione Ue questa estate ha istituito un Fondo Europeo per la Difesa (ancora da approvare dall’Europarlamento) che verrà usato per ricerca, sviluppo e acquisizione degli armamenti. Se le armi le devi avere, meglio siano le migliori al prezzo migliore, ci dicono. Poi uno pensa al caccia bombardiere F-35, e gli scappa da ridere.
Il problema reale sarà quello delle difese politiche accanite delle mille industrie belliche nazionali, che saranno sempre difese, un po’ per diffidenza (non si sa mai domani), poi soldi e posti di lavoro.

Ministero della verità

Finale a sorridere, la lotta alle fake-news, che -eredità Nato- riguarderebbe principalmente il confronto con la propaganda russa. La altre propagande sono cosa nostra e quindi ‘bugie buone’. Task-force dedicate alla comunicazione strategica della Ue: il Servizio per l’Azione Esterna, una per l’Est, una per i Balcani Occidentali e una per il mondo arabo. Chi ci garantirà dalle bugie UE non è spiegato. Ciliegina sulla nuova torta bruxellese, un gruppo di esperti (le candidature sono aperte fino a metà dicembre) sarà operativo già da gennaio per contrastare la disinformazione. Remocontro si candida adesso.

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