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giovedì 19 Settembre 2019

Nella Città Proibita l’uomo più potente della terra. Chi?

La lunga visita di stato in Asia di Donald Trump, a un anno esatto dalla sua elezione a sorpresa. Riti scontati, scarsa attenzione e paura di mattane sopratutto sul fronte coreano. Mentre Bill De Blasio viene confermato sindaco di New York e inizia a guardare alla Casa Bianca. Flop repubblicano anche in New Jersey e Virginia.

Xi al massimo della sua potenza

Un anni fa esatto la sorpresa elettorale Usa al mondo, e lui, il protagonista, Donald Trump, celebra il compleanno in Cina, ospite nella Città Proibita, il palazzo imperiale nel centro di Pechino, per quasi 500 anni abitazione degli imperatori e delle loro famiglie. Accoglienza al massimo, ma l’imperatore è Xi Jinping. Altra statura, e il mondo ormai se n’è accorto. Piano piano accade anche negli Stati Uniti.

Lo scorso maggio, quando Trump visitò l’Arabia saudita, re Salman gli riservò un’accoglienza sfarzosa. Fu ricompensato con un megacontratto di forniture d’armi da 110 miliardi di dollari e dichiarazioni calorose di alleanza. Oggi, all’arrivo di Trump in Cina, il presidente Xi Jinping propone più o meno lo stesso schema. Giocare sulla vanità.

Trump, Xi e signore nella Città Proibita, cena riservatissima, ma l’imperatore non è Trump. Quesito posto dall’Economist: «Cosa succederà adesso che il presidente americano non è più l’uomo più potente in quella stanza?». Sono ormai in molti a pensare che, forse per la prima volta dall’inizio delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, chi governa a Pechino abbia più margini e più capitale politico di chi governa a Washington.

Sopratutto di questi tempi, quando i consensi di Trump sono ai minimi storici dall’epoca di Truman e invece Xi è appena stato innalzato ‘al rango di nuova semidivinità della leadership cinese’ (Il Foglio) nell’ultimo Congresso comunista. «Per la prima volta la Cina non è in una posizione di sudditanza nei confronti dell’America», ha ricordato al New York Times un noto esponente della cultura accademica cinese.

Trump presidente mercante

Premesse alla Cina. A Tokyo e Seul In Giappone e Corea il tycoon fa quel che gli riesce meglio: vende. Compagnie americane e cinesi hanno siglato 19 accordi del valore di 9 miliardi di dollari. Alla cerimonia della firma, nella Grande sala del popolo, hanno presenziato il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, e il vice premier cinese, Wang Yang, appena entrato a far parte del Comitato permanente del Politburo in occasione del 19/mo congresso del Partito comunista cinese.

Da parte di Trump, premesse contrastanti come sempre. Le frequenti citazioni di un’area dell’“Indo-Pacifico” che accomuni le democrazie asiatiche alleate degli Stati Uniti, che non risulta certo gradita a Xi e ai suoi progetti di influenza continentale. Ma, con Donald Triump, ormai lo hanno imparato anche alla Casa Bianca, troppa programmazione non serve perché alla fine quello improvvisa e ‘dio ci salvi’.

Timori diffusi, quelli di una “nixonata”: accettare la proposta cinese di creare “un nuovo tipo di relazioni tra grandi potenze”, una sorta di «G2» in cui Washington e Pechino si spartiscono il mondo tra pari. Si tratterebbe, in pratica, di dare dignità definitiva al “modello cinese” e alla sua esportazione nel resto dell’Asia, cosa che il capo di gabinetto John Kelly sembra aver già riconosciuto in un’intervista a Fox News.

La Cina, ha detto Kelly, ha un “sistema di governo che sembra aver funzionato per il popolo cinese”. Cose solo cinesi. Gli Stati Uniti sono stati campioni del modello occidentale perché hanno garantito successo economico e prosperità da settant’anni. La Cina che ha avuto un successo eccezionale come mercato emergente, deve continuare ad averlo. I meriti passati garantiscono ancora al modello americano forza tra gli alleati. Per ora e nonostante Trump.

New York New York

Il democratico Bill De Blasio è stato confermato sindaco di New York. «Con questo voto è stato inviato un messaggio alla Casa Bianca», twitta De Blasio. «Non puoi prendere sfidare i valori di New York e vincere, signor presidente. Se ti rivolti contro i valori della tua città, la tua città contrattacca». «Negli ultimi quattro anni avete visto importanti cambiamenti, ma ancora non avete visto niente». E Da New York alla Casa Bianca non ci sono tantissimi chilometri

Repubblicani sconfitti anche in New Jersey e Virginia . Le brutte notizie per Trump, proprio a un anno dalla sua elezione, non solo da New York: il partito Democratico ha vinto le elezioni in due Stati che dovevano scegliere il loro governatore. In New Jersey, roccaforte di Chris Christie, uno dei principali consiglieri di Trump durante la sua campagna elettorale, il candidato democratico Philip Murphy, ha sottratto il governo dello Stato ai repubblicani.

In Virginia, i democratici hanno mantenuto il governo dello Stato con la vittoria del candidato, Ralph Northam, al 53,6%, contro il repubblicano Ed Gillespie, al 45,2%, che aveva preso le distanze da Trump per mostrare un profilo più moderato in uno Stato in cui i democratici si sono rafforzati sempre di più negli ultimi anni. Su Twitter Trump ha scritto che “Gillespie ha lavorato duro ma non mi ha sostenuto e non ha sostenuto ciò in cui credo”.

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