lunedì 17 giugno 2019

Prossima guerra, Golfo Persico

‘Nemesi, ma mano a mano che viene sbaragliato l’Isis sul campo, dai calcinacci della storia riemergono vecchie ruggini’.
‘Crisi che da regionali, saldandosi, sono diventate “globali”.
Riad accusa gli ayatollah di avere organizzato il lancio di un missile balistico dallo Yemen. Si alza pericolosamente il tono dello scontro diplomatico tra le due potenze regionali.
Piero Orteca sulla scia dei sospetti dell’ex ambasciatore Usa in Israele, il Libano, ‘dove Riad briga per fare entrare Hezbollah in rotta di collisione con Israele’.

Quello che gli analisti di mezzo mondo temevano purtroppo si sta verificando. Nel Golfo Persico spirano, sempre più minacciosi, venti di guerra, che nessuno si sta prendendo la briga di fermare. Tutti presi dal conflitto siriano, dalle magagne irakene, dalle turbolenze curde e dal “Vietnam” libico, americani e russi lasciano fare. Dunque, per andare subito al nocciolo della questione, l’Arabia Saudita sunnita e l’Iran sciita sono sull’orlo di una crisi di nervi, che potrebbe sfociare, in qualsiasi momento, in un rovinoso conflitto armato.
Adel al-Jubeir, Ministro degli Esteri di Riad, ha alzato il tiro contro gli ayatollah, non lesinando avvertimenti che suonano come veri e propri ultimatum di sguincio. Il capo della diplomazia ha accusato apertamente, senza perdersi in giri di parole, le milizie di Hezbollah (cioè, in pratica, gli iraniani) di avere lanciato dallo Yemen il missile balistico intercettato prima che colpisse l’aeroporto di Riad.

Il micidiale vettore, che può imbarcare centinaia di chili di esplosivo ad alto potenziale, sarebbe stato fornito dagli ayatollah ai ribelli Houthi (sciiti) smontato, per poi essere riassemblato dai tecnici iraniani e da quelli del Partito di Dio libanese. “Il lancio del missile contro l’Arabia Saudita – ha aggiunto al-Jubeir – è un atto di guerra dell’Iran”. E tanto per far capire come ormai la tensione si tagli col coltello, lo stesso Principe della Corona, erede al trono, Mohammed bin Salman, ha definito l’episodio come “un atto di aggressione militare diretta” di Teheran, conseguenza dell’export di razzi e missili forniti ai ribelli yemeniti.
Sembra una nemesi, ma mano a mano che viene sbaragliato l’Isis sul campo, dai calcinacci della storia riemergono vecchie ruggini, amplificate dagli effetti dirompenti delle cosiddette “Primavere arabe”, il cui unico risultato visibile è lo scoppio della guerra civile mondiale dentro l’Islam: sunniti contro sciiti. E si salvi chi può. Americani, inglesi e francesi, che di strategia globale, negli ultimi tempi, hanno dimostrato di non capirci un fico secco, si ritrovano sulla coscienza il formidabile errore di avere aperto allegramente il Vaso di Pandora delle crisi.

La Limes

Crisi che da regionali, saldandosi, sono diventate “globali” a tutti gli effetti. Dovesse scoppiare una guerra (l’ennesima) nel Golfo Persico, ce ne accorgeremmo tutti. E tutti pagheremmo le pere, se non altro perché dallo Stretto di Hormuz passa almeno un terzo dell’export mondiale di petrolio. Senza trascurare che un conflitto su (false) basi religiose sarebbe un invito a nozze per l’agonizzante Califfo, che troverebbe il modo di intrufolarvisi.
In effetti, lo scontro titanico all’orizzonte tra Arabia e Iran, al di là della contestata “eredità del Profeta”, è causato da motivi ben più prosaici: la supremazia regionale e l’ambito status di “potenza islamica dominante”. Che le botti siano decisamente prese d’aceto è anche testimoniato dal fatto che bin Salman si sia “confidato” col collega inglese Boris Johnson. Un semplice sfogo, frustrazione o un ben più minaccioso “avviso al naviganti”?

Comunque, per dare un’idea della piega che stanno prendendo gli avvenimenti, va detto che nemmeno gli iraniani tacciono. Dopo avere smentito le acuse di Riad, il Ministro degli Esteri, Mohammed Javad Zarif, ha replicato per le rime, dicendo che i sauditi si comportano come “bulli di quartiere” e che la loro strategia costituisce una seria minaccia per tutto il Medio Oriente. Intanto, i ribelli Houthi, tramite un’agenzia di stampa locale, rivendicano la paternità dell’attacco missilistico e parlano di avere utilizzato un vettore “Burkan H2” per cercare di colpire il “King Khaled International Airport”, distante circa 850 chilometri.
Lo Yemen rappresenta l’ennesimo campo di battaglia mediorientale dove Arabia Saudita e Iran combattono una sorta di conflitto “per procura”. Jonathan Marcus, corrispondente diplomatico dell’Economist, ha coniato il termine di “regional cold war”, cioè di “guerra fredda regionale”, per descrivere la situazione creatasi tra Riad e Teheran. Naturalmente, non tutte le ciambelle riescono col buco e i sauditi, che pensavano a una dimostrazione di forza, intervenendo nello Yemen, si sono ritrovati impantanati in una palude, tanto che non appena hanno potuto, hanno fatto una quasi totale marcia indietro.

Vincenti in Siria e in Irak (ma alquanto ammaccati) gli iraniani ora vengono sfidati apertamente dai sauditi. Prossimo campo di battaglia? Il Libano, ci potete scommettere, dove Riad briga per fare entrare Hezbollah in rotta di collisione con Israele. Vedremo.

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