martedì 18 giugno 2019

Il futuro delle basi russe in Siria

Russia, il ministero degli Esteri svela futuro delle basi militari in Siria. Ai primi di dicembre il Congresso del Dialogo Nazionale.
Cosa si prepara nell’area con la sconfitta Isis: partita interna siriana e partita strategica nell’area.
Le basi ufficiali russe in Siria e quelle ufficiose Usa.

Il Congresso del Dialogo Nazionale dei Siriani potrebbe tenersi all’inizio di dicembre, scrive da Mosca Sputnik, e giornalisticamente è già dopoguerra. Ma sempre su solide basi militari. Basi in senso tecnico, letterale, concreto.
«Le misure del ritiro delle truppe russe dalla Siria dopo la vittoria sui terroristi del sedicente ‘Stato Islamico’ dipenderanno dal contesto», dichiara a RIA Novosti il vice ministro degli Esteri Oleg Syromolotov. «Penso che le nostre basi rimarranno. In che forma non posso dirlo, non sono il ministro della Difesa, sarebbe meglio rivolgersi a lui su questo argomento».
A Isis è rimasto il 10% del territorio conquistato in precedenza, ma Al-Nusra continua a combattere. Inoltre altri gruppi criminali si riorganizzano in gruppi che operano in autonomia. Tradotto dal russo diplomatico: 1, non è ancora finita; 2, ‘certo che rimaniamo in Siria, e bene in forze’ (poi, in quante basi vere, con cavolo che lo diciamo).

Due o tre le basi russe?

Nel marzo 2016 il presidente Putin aveva deciso di ritirare la maggior parte del gruppo aereo russo che aveva assolto ai suoi compiti. Rimasto quanto bastava, la Russia ha fornito armi e attrezzature militari al governo siriano e addestramento ai suoi militari. Punti di riferimento la base aerea di Hhmeimim e il centro logistico della marina a Tartus.
A luglio l’esercito russo aveva iniziato la costruzione di una nuova base militare in Siria, a poche decine di chilometri da Damasco, in una delle zone cuscinetto concordate da Mosca, Ankara e Teheran. Luogo individuato da Mosca – con il benestare di Damasco – è la città di Khirbet Raes al-Waer, a circa 50 km dalla capitale siriana e a 96 km dal confine siro-giordano. Si tratta della terza base militare in Siria della Federazione Russa dopo Khmeimim, a sud-est di Latakia, e di quella nella città portuale di Tartus.

Russia per 49 anni

Secondo quanto riferisce Asia Times, tutte e tre le basi sono accessibili solamente al personale militare russo e il loro territorio è sotto la giurisdizione del Cremlino per una durata di 49 anni, periodo che può estendersi per altri 25 anni previo “consenso reciproco” tra Damasco e Mosca. La sofisticata infrastruttura militare delle due basi di Khmeimim e Tartus sarà probabilmente emulata per quella di Khirbet Raes al-Waer, territorio sotto controllo delle milizie curde. La presenza russa una garanzia forte che smonta un eventuale attacco della Turchia.
Mosca cerca di minimizzare la portata dell’insediamento, ma secondo fonti occidentali, nella nuova base saranno inclusi sistemi di difesa aerea, radar, piste di lancio, missili, bunker, torri di controllo, stazioni di rifornimento e un’unità abitativa per 1.000 soldati russi. Ruolo cruciale della nuova base militare russa, quello di attuare l’accordo tra Russia, Giordania e Stati Uniti nella stabilizzazione dell’area sud della repubblica araba siriana e del confine siro-giordano.

Usa a ‘macchia di leopardo’

Chi ci guadagna di più da questa situazione sono senz’altro i curdi siriani. La presenza russa è, appunto, una garanzia forte che smonta un eventuale attacco della Turchia. Che si somma alla collaborazione con gli USA, anche loro accorsi con le bandiere a stelle e strisce ben in vista a Manbij, quando Ankara aveva provato ad attaccare i curdi. Un consistente passo in avanti per il futuro assetto della Siria immaginato dai curdi.
Gli Stati Uniti hanno intanto installato in Siria sette basi militari distribuite nelle zone controllate dalle forze curde sostenute da Washington, schierando in tutto 13.000 militari statunitensi. È quanto ha rivelato al quotidiano panarabo al Sharq al Awsat, Saban Hammu, un comandante curdo siriano delle Unità di Difesa del Popolo curdo (Ypg), gruppo accusato da Ankara di essere l’estensione siriana del Partito del Lavoratori del Kurdistan turco (PKK) ritenuto terrorista.

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