domenica 21 aprile 2019

Paradise papers, come gli straricchi rubano

Dalla regina Elisabetta al ministro Usa, i miliardi nei paradisi fiscali. I Paradise Papers svelano i patrimoni nascosti dai vip nei conti offshore. Il segretario del Commercio Usa Ross coinvolto in affari con la famiglia Putin.
Storia di investimenti, connessioni nascoste, evasioni fiscali, girandole societarie per occultare affari e guadagni.

Chi lo ha chiamato terremoto, chi uno tsunami. Un enorme scossone politico-finanziario fra spiagge da sogno di paradisi fiscali che si è democraticamente abbattuto su presidenti, monarchi, politici, cantanti, imprenditori e colossi della Silicon Valley. Scuotendo perfino le soglie dorate della regina Elisabetta d’Inghilterra e i dintorni della Casa Bianca, per arrivare alle evanescenze miliardarie web di Facebook e di Twitter.

Centoventi politici di tutto il pianeta, tra cui il segretario al commercio Usa, il tesoriere del premier canadese, il ministro delle finanze brasiliano. E poi star come Madonna e Bono. L’ex generale Wesley Clark, quello delle bombe Nato sulla ex Jugoslavia. Il co-fondatore della Microsoft, Paul Allen. Il tesoriere del primo ministro canadese Justin Trudeau. Il finanziere George Soros.

Tutto ha origine dalle carte riservate di uno studio legale, Appleby, al centro di un sistema di società offshore distribuite fra Bermuda, isole Cayman, isole Vergini britanniche, isola di Man, e altri noti paradisi fiscali. 13,4 milioni di documenti documenti riservati, dal 1950 al 2016, finite in mano al giornale tedesco «Süddeutsche Zeitung» e poi ricondivise con il Consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta (Icij).

Paradise Papers, paradiso per potenti

Iniziamo dalle teste coronate, la regina Elisabetta. Dalle carte è venuto fuori che una sua società privata, The Duchy of Lancaster, ha investito 7 milioni e mezzo di dollari in un fondo delle isole Cayman. Che poi, attraverso una società di ‘private equity’, ha a sua volta investito in una controversa immobiliare, Brighthouse, accusata di applicare tassi di interessi stellari in dubbie operazioni di affitto e vendita, ai danni di fasce svantaggiate della popolazione.
La regina – ha poi dichiarato al «Guardian» una sua portavoce – non sarebbe stata a conoscenza di questo genere di investimenti. Certo quel fondo alle Cayman, quello era noto anche alla regina e non cosa regale.

Ma i Paradise Papers vanno anche a toccare i già discussi rapporti dell’entourage di Donald Trump con il Cremlino. È venuto fuori che il segretario al Commercio degli Stati Uniti, Wilbur Ross, sarebbe in affari con alcuni magnati russi. Il problema nasce dal fatto che il politico avrebbe ancora quote in un’azienda di trasporti, la Navigator Holdings, i cui proprietari sono Kirill Shamalov, genero di Putin, e due oligarchi russi del settore energia, Gennady Timchenko e Leonid Mikhelson, le cui società sono pure soggette a sanzioni americane. Ross era già stato interrogato dai giudici per il suo ruolo da vicepresidente di una banca cipriota sospettata di finanziare oligarchi russi vicini a Putin. E questa nuova rivelazione non lo aiuta.

Russiagate and Family

Le carte dei paradisi fiscali tirano in mezzo anche Facebook, Twitter e alcuni loro investitori. Due istituzioni statali russe avrebbero finanziato alcuni importanti investimenti nelle due società tech americane attraverso il fondo di investimento Dst Global di un noto magnate russo del settore tecnologico, Yuri Milner. L’uomo detiene pure una quota in una società, la start-up Cadre, nata nel 2014, di cui è co-proprietario Jared Kushner, genero di Trump e consigliere ufficiale del presidente Usa. In particolare sarebbe stata la banca Vbt, considerata vicina al Cremlino e ai servizi russi, a veicolare 191 milioni di dollari di investimenti su Twitter nel 2011.

Nello stesso periodo Gazprom Investholding avrebbe finanziato una società offhosre, che a sua volta acquistò una importante partecipazione in Facebook. Sia Vbt che Gazprom sono società russe soggette a sanzioni americane. Va però detto che Yuri Milner aveva investito in molte aziende tech – 7 miliardi di dollari in più di 30 aziende, incluse Airbnb e Spotify – e che quelle due partecipazioni sono state poi rivendute. Ma sicuramente l’interesse di potenti imprenditori e investitori russi nei social media Usa, anche se avvenuto in tempi non sospetti, è destinato a surriscaldare i rapporti fra la politica e la Silicon Valley. Twitter e Facebook sono state accusate di aver veicolato la propaganda russa prima e durante le ultime elezioni presidenziali.

Regine e ministri in paradiso

Le offshore sono società estere collocate in paesi dove non esistono tasse sui profitti e dove è possibile tenere segreti i nomi dei titolari. Detenere società offshore è legale, se vengono dichiarate al fisco e alle autorità nazionali. Ma la segretezza che le caratterizza apre le porte a personaggi che vogliono restare nell’ombra: politici corrotti, riciclatori di denaro sporco, trafficanti di droga. Le offshore spesso sono scatole vuote, senza dipendenti o uffici: società-schermo utilizzate in complesse strutture di elusioni fiscale internazionale, che drenano miliardi ai bilanci statali. Un’industria che «rende il povero più povero e aumenta la diseguaglianza», spiega al consorzio Icij la professoressa Brooke Harrington, docente della Copenhagen Business-School.

Anche il re dei fondi d’investimento George Soros, grande finanziatore dei democratici americani, è presente negli elenchi. Con qualche imbarazzo in casa giornalistica. A Soros fa riferimento anche un’organizzazione filantropica, la Open Society Foundations, che ha sovvenzionato Icij, il consorzio internazionale dei giornalisti investigativi che condivide, analizza e diffonde questi dati.
La conclusione di questa nuova inchiesta giornalistica internazionale, secondo il consorzio Icij, è ben descritto nelle parole della studiosa Brooke Harrington: «Quando il ricco diventa più ricco, il povero diventa più povero, perché i ricchi non pagano la loro giusta quota di tasse».

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