domenica 19 novembre 2017

Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato cultura

Polemos si inerpica sui sentieri tortuosi e complicati di quel tipo di deserto culturale che ci appare così scintillante e intellettuale. Partendo da una frase di Elias Canetti, affronta i nodi dell’obbedienza. Il senso critico va tenuto alto soprattutto laddove non viene richiesto, dove le cose che non capiamo e non dobbiamo capire agiscono come dogmi.

“Nell’ordine c’è qualcosa di micidiale: nulla deve vivere dove non gli è consentito. L’ordine è un piccolo deserto che si è creato da sé. È importante che sia delimitato, affinché chi possiede autorità su di esso possa prestare tutta la dovuta attenzione. Si sente povero l’uomo che non possiede alcun territorio deserto di questo genere, nel quale abbia il diritto di estirpare con furore cieco ogni cosa”.

Com’è interessante, di tanto in tanto, affidare la vita, i pensieri, a quel che-di-animale che alberga nel nostro cuore, all’incomprensibile che ti fa cadere lo sguardo su un aforisma del 1956 di Elias Canetti, nelle pagine de “La provincia dell’uomo”. Non di caso si tratta, ma della necessità quasi spirituale che anima la ricerca. Che la rende sempre incompleta, sul versante critico, mai accertata e definitiva.  Qualcuno un giorno ha scritto una frase che oggi illumina il tuo percorso, ti accende altre riflessioni. La trovi tra gli scartafacci del tempo, la riconosci. Sono un uomo, quello che vivo è la provincia dell’impero, magnifica  soluzione esistenziale, visto che esploso il centro, non ci resta che ricominciare dove la ferocia non ha messo radici.

Da anni m’interrogo sulle parole d’ordine, sui luoghi comuni, sulle certezze assolute, filosofiche e culturali. Vengo dai media, amo la narrazione e la storia della mentalità. Non posso che lavorare, organizzare e fare l’attivista, pensare e scrivere, sciogliendo i nodi dell’obbedienza, smontando pezzo per pezzo i monumenti culturali al consenso. A ogni forma di consenso. Costruiti non con la materia dei sogni, e neanche con quell’utopia concreta che risuona nell’anima dell’uomo da millenni, ma con l’ordinata regola della resa.
Così leggere questa frase di Canetti, in una mattinata di sole in cui mi interrogo sul senso dei festival di letteratura, sul perché ci sia questo malloppone di informazioni e di cultura ufficialissima che non scende mai al livello della coscienza. E neanche a quello della conoscenza. Mi interrogo sulla banalità del male minore, sulle stridenti supponenti verità inanellate nei temini dei guru del giornalismo, sulla passività da servi felici, di chi dovrebbe prendere le armi della sapienza e impugnarle nel conflitto, per ricostruire un sapere collettivo, una visione comune del bene, una mentalità civile che non sia di stupidità e sopraffazione, declinate abilmente e mediaticamente in tutte le varie scemenze luccicanti televisive, negli incontri di potere, nelle presentazioni, nell’azione artistica figlia prediletta dell’idea di potere che vede come unico valore il successo e conseguentemente il denaro e l’eccesso.

I cantori e la resa. Che poi se uno si ferma a riflettere sulle sicurezze assolute dei cantori intellettuali del tempo, resta basito su un elemento: tutta questa sicumera, tutta questa arroganza e tutta l’ironia solamente per partorire il topolino culturale che abbiamo tra i piedi in questa società? Tutta questa potenza di fuoco di giornalisti, scrittori, artisti stravaganti, marketing, per avere un quadro così chiaro e luccicante di una resa incondizionata culturale (sociale, umana…)?

Che dovrebbero fare? Mi chiede il mio vicino musicista. Non lo so, ma mi pare tanto tantissimo abbellimento strategico e poco amore. Poca bellezza e tanta leggiadra fasulla disciplina. Nel concetto di ordine con il quale si maneggia la conoscenza c’è qualcosa di micidiale. Vedo festival, presentazioni, mostre e altre cose apparentemente sane e culturali e mi piange il cuore; è come se ogni anelito di libertà, ogni spinta anarchica e pura alla conoscenza, alla consapevolezza, all’agire con le radici del tempo nel contemporaneo, necessiti di un codice che annulla completamente il senso originario. Se il mondo è buio si perderà la bellezza e governerà la paura.

E qual è il senso originario?  Se l’arte è rivoluzione e non quella pastetta col mercato tanto in auge, il senso è nel sottrarsi. Sottrarsi dall’abbraccio mortale del conformismo, sottrarsi alla montagna di chiare e nobili informazioni culturali e mediatiche che vanno dalla necessità della guerra, all’uso del territorio, alla modernità come cavallo di Troia per sradicare in tutti noi quello spirito critico che ci spinge alla costruzione di una teoria anarchica della conoscenza, al paesaggio come fatto culturale e non per meglio sfruttarne il cartonato umano e territoriale per vendere ai turisti una cartolina e svuotarne il senso.

Immondizia nel parco. Per questo mi fa male pensare alla retorica culturale, al colonialismo artistico, alle forme di dominio attraverso l’uso di un senso di incomprensibile mediato unicamente dal valore che pochi e ricchi possono dare all’opera. O dal valore che i loro epigoni servi possono dare scopiazzandone le condizioni pur senza avere neanche il divertimento di stabilire che oggi, qui e ora, in un contesto qualunque c’è chi può decidere  che un sacchetto di immondizia vale un milione di euro e vada collezionato e messo in un museo.

Osservate quello che accade con occhio critico. Se non lo capite, chiedete ai vostri figli. Non a quelli adolescenti o che studiano all’università, chiedete a quelli che neanche vanno a scuola. Ai cuori puri e rivoluzionari. A quelli che sanno la differenza tra un albero e un barattolo di olio da motore usato e gettato sotto un albero.
L’unica soluzione è questa. Sradicare dalle certezze assolute e brutali dell’ordine costituito tutte le declinazioni assurde che mettono in scena una cultura banale, provvisoria, da tuttologi e scintillanti cacciatori di successo, qualunque sia, qualunque anima sia necessario vendere ai diavolo. Chiunque sia il diavolo.

La cultura di massa del qualunquismo mediocre e supponente che ci spiega il cinema, la letteratura, la poesia, l’arte come fosse tutto un gioco di ruolo per pochi, per addestrare alcuni all’obbedienza, lasciando un deserto di ignoranza alle spalle.

Ps
Come epilogo di questo mio Polemos sugli intrecciati, intellettuali ed elitari, nodi dell’obbedienza, pubblico alcune frasi tratte dalla splendida recensione di Franco Buncuga sulla Biennale di arte contemporanea di Venezia 2017 dal titolo Viva Arte viva, “veramente un titolo spiazzante, che rimanda per assonanza alla pubblicità di una linea benessere, un assorbente o una crema anti-rughe”. Perché l’arte, sebbene abbia perduto qualunque valenza rivoluzionaria, aderendo perfettamente al modello edonistico-trasgressivo del nuovo capitalismo, anche in negativo ci spiega che cosa stiamo vivendo. Il titolo del pezzo di Buncuga è: Morta l’arte, morta, a Venezia. 
Esempio 1: la finzione del povero migrante.  “Il primo Trans-P, quello degli Artisti e dei Libri, ospita il “progetto Green light – An artistic workshop di Olafur Eliasson. Studio artistico e luogo di apprendistato che propone la fabbricazione di lampade modulari, Green light consiste in un’opera collaborativa concepita innanzitutto per i migranti e i rifugiati che oggi vivono a Venezia o in Veneto, nonché per gli studenti e per il pubblico.” Ho lasciato le parole testuali usate dalla curatrice perché io non ho parole. Mi sembra che la super-star di questa mostra Eliasson abbia una volta di più dato senso alla famosa frase attribuita a Maria Antonietta: “Il popolo non ha pane? Dategli le brioche!” In questo caso lampade verdi, molto carine prodotte da “un’impresa artistica, politica, etica ed estetica” come sottolinea orgogliosa Macel. L’à propes fat sù ‘n macel! si direbbe da noi…”
Esempio 2: i miti che non possiamo capire. Quanta diversità dall’epica e dalla mitologia che ci viene dalla nostra cultura. Sentite che scrive Buncuga: “Per fortuna non tutta la Biennale si risolve nella parte affidata a un curatore; spesso i padiglioni nazionali e le attività collaterali sparse in Venezia salvano l’anbaradan. Quest’anno, con una certa difficoltà, vista la stupidità di alcuni eventi. In testa l’immensa insulsa provocatoriamente costosa mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable del vecchio imbalsamatore Damien Hirst che occupa Palazzo Grassi e la Punta della Dogana e fortemente voluta dal miliardario della moda François Pinault. Hirst dopo aver visto crollare il valore dei suoi squali, vitelli, caproni o altri animali sezionati e imbalsamati sotto vetro che marciscono tra esalazioni pestilenziali per la rabbia impotente degli stupidi collezionisti, rilancia tutto con enormi sculture di bronzo falso-ellenistiche che spudoratamente continua a dichiarare resti di un antico naufragio nel Mediterraneo. Opere ancora più ingombranti e costose di prima. Assolutamente da non vedere, basta un’occhiata su internet per farsi due risate”.

Prima parte della cura: non accettare passivamente niente. Tenere alto il senso critico non soltanto quando è in sintonia col flusso mediatico, soprattutto laddove non viene richiesto, dove le cose che non capiamo e non dobbiamo capire agiscono come dogmi.

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