mercoledì 17 luglio 2019

Milena Gabanelli e la Rai assieme in quarantena

L’uscita dalla Rai di Milena Gabanelli, sintomo di una malattia molto più vasta e grave che minaccia tutta l’azienda radiotelevisiva pubblica, analizza Andrea Melodia che di quell’azienda è stato ai vertici, lui, esponente dell’Ucsi, i giornalisti cattolici.
Milena Gabanelli e l’intenzione di metterla in quarantena per il prossimo periodo preelettorale.
«La verità è che tutta la RAI sembra essersi messa in quarantena. Basta vedere la vicenda del contratto di servizio».
Epilogo, «La RAI si consoli: non sarà mai nella classifica dei siti di informazione web, probabilmente non sarà mai una media company finché non chiude le sue testate, neppure se ne affida una nuova alla bravissima Milena Gabanelli».

Remocontro, al secolo Ennio Remondino, mi chiede di scrivere sulle dimissioni di Milena Gabanelli dalla RAI.
Mi chiedo se ce la faccio. Ho il diritto di commentare/giudicare la decisione di una grande e integra giornalista? In realtà devo esprimere una opinione complessa su una vicenda complessa, nella quale l’ultimo atto deriva da una catena precedente di eventi e di valutazioni. Se, alla fine, me la sento di esprimere la mia opinione, che potrebbe essere fraintesa, è solo per la presunzione che la relativa complessità dell’analisi possa essere utile.

Partirò dal fondo, per dire che credo che Milena Gabanelli a questo punto abbia fatto benissimo a non accettare quella che ha avvertito, e che con ogni probabilità veramente era, la intenzione recondita di metterla in quarantena per il prossimo periodo preelettorale. La verità è che tutta la RAI sembra essersi messa in quarantena. Basta vedere la vicenda del contratto di servizio.
Come è noto dopo la conclusione abbastanza positiva del rinnovo della concessione governativa la RAI deve ora sottoscrivere un contratto nel quale assumere impegni verso il Paese, in cambio di garanzie sul proprio funzionamento. Un contratto valido 5 anni, che supera gli impegni di questo Governo, di questo Consiglio di amministrazione e di questo Amministratore delegato.

Si sperava dunque che il contratto di servizio non fosse una bazzecola come nel passato, che invece ci si arrivasse con una riflessione stringente sulle trasformazioni che l’azienda deve affrontare e sul ruolo sociale e culturale che deve svolgere. In questo quadro il ruolo di Milena Gabanelli, indicata da tempo come responsabile della ricostruzione da zero della informazione RAI sul web, cioè dello snodo principale della trasformazione da broadcaster a media company, era da tutti considerato strategico. Meno diffuse erano invece la consapevolezza, e la denuncia, che questo ruolo non avrebbe potuto svolgersi in assenza di interventi profondi sulla struttura informativa dell’azienda.

Per quanto riguarda il contratto di servizio, mancanza di coraggio, di idee e di autonomia nell’azienda si sono ben sposati con la distrazione governativa in una coda di legislatura in cui, comprensibilmente, sembra ci sia altro cui pensare, cominciando dalla speranza di essere rieletti. In RAI ci sono un Amministratore delegato e un Consiglio di amministrazione che difficilmente saranno rinominati: non avrebbero potuto fare qualche sforzo in più per consegnare un’azienda governabile a chi verrà dopo di loro?

La verità è che la prima bozza del contratto di servizio uscita a fine agosto dalla RAI è stata una assoluta delusione. Mancano non solo indicazioni su tematiche essenziali come i piani editoriali e il piano industriale, rinviati in ipotesi un intero anno: manca addirittura la consapevolezza di cosa significhi diventare una media company. Quel testo sembra sia stato migliorato dal Governo, non dalla RAI, e la RAI lo ha approvato nella stesura ora al vaglio consultivo della Commissione parlamentare di vigilanza; prima di Natale dovrebbe concludersi il suo iter di approvazione. Il tutto, fino a questo momento, in assenza di ogni pubblica discussione, al punto che non siamo in grado di conoscerlo e giudicarlo nell’ultima stesura.

Ma torniamo a Milena Gabanelli. I giornalisti sono una strana categoria: molti sono quelli che sanno fare più o meno bene il loro mestiere, pochi sono quelli che hanno voglia di ragionare sulle condizioni necessarie per fare bene il proprio mestiere. Milena Gabanelli, che fa benissimo il suo mestiere di giornalista, quanto alle condizioni di lavoro sa molto bene che servono libertà e autonomia. Lo ha dimostrato sempre, e anche in questa triste circostanza che speriamo non sia quella finale. Ha addirittura, con Report, costruito un modello di giornalismo televisivo libero e autonomo. Ma ha ragionato a sufficienza sulle condizioni più complesse e innovative che si incontrano in una azienda grande e complicata come la RAI in un periodo di tumultuose trasformazioni della sua professione e delle altre coinvolte nei processi produttivi dell’informazione?

Oso affermare che Milena Gabanelli, nel corso dell’ultimo anno, da quando ha lasciato Report per dedicarsi alla informazione online della RAI, abbia rinunciato troppo presto a comprendere quanto avveniva intorno a lei. E mi spiace anche che alla fine possa avere dato l’impressione di andarsene per non aver ottenuto la testata autonoma e il titolo di Direttore, perché se anche lo avesse ottenuto quasi nulla sarebbe cambiato nelle sue condizioni di lavoro. Sì, avrebbe potuto mettere insieme una squadra migliore offrendo ruoli e promozioni, cioè continuando la sciagurata politica cominciata più di 30anni fa con la moltiplicazione delle direzioni di testata. Ma avrebbe sempre dovuto affrontare, sul web, la concorrenza interna. Avrebbe contribuito marginalmente alla trasformazione dell’azienda in media company. Sarebbe stata presa in una morsa di concorrenza in una struttura aziendale complessiva del tutto incapace di adeguarsi al web, perché non ne ha compreso la cultura e rifiuta l’autoriforma necessaria per affrontarla.

Oggi Milena Gabanelli spiega che non può lavorare, da vicedirettore, in concorrenza con le altre testate. Ma credo proprio che non avrebbe potuto farlo neanche da direttore. Anche se qualcuno le avesse promesso questo, chi mai potrebbe impedire oggi a una grande testata, TG1 TG2, TG3, GR (per non parlare delle altre, non trascurabili: sport, informazione istituzionale e di servizio…) una autonoma presenza sul web? La sola possibilità è ricominciare tutto, o quasi tutto, da capo.
Allora la RAI si consoli: non sarà mai nella classifica dei siti di informazione web, probabilmente non sarà mai una media company finché non chiude le sue testate, neppure se ne affida una nuova alla bravissima Milena Gabanelli.

Speriamo piuttosto, che nelle prossime settimane, nel rush finale, il contratto di servizio venga migliorato almeno un poco. Per esempio, imponendo alla RAI di misurare e rendere pubblici non più solo il livello degli ascolti, ma anche la loro efficacia nel costruire la coesione sociale, cosa che oggi si può fare partendo dai vituperati dati Auditel. Chiunque voglia governare, dovrebbe essere in grado di capire che è necessario combattere la disgregazione della società e che la RAI potrebbe ancora farlo.
Anche con Milena Gabanelli, lo spero davvero.

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