lunedì 19 Agosto 2019

Il principe dal medioevo saudita promette l’Islam moderato

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, dalla patria dell’integralismo wahabita promette l’Islam moderato. Per tentare di far sopravvivere un regno sempre più precario. La scommessa, i rischi, gli errori, i successi.

«Il regime saudita, da decenni basato su una versione estremista dell’Islam, si rifà il trucco», il commento senza remore di Lorenzo Trombetta dell’Ansa. Solo maquillage, per ora, senza cruenta chirurgia, aggiungiamo noi. Dopo aver dato il formale via libera alla guida delle auto da parte delle donne, l’ annuncio del principe ereditario Mohammed bin Salman di “promuovere il vero Islam, una religione moderata e pacifica”. Accade nel regno senza diritti, tra le ultime monarchie assolute sul pianeta, legata alla obbedienza dell’islam wahabita più conservatore e rigido. «Non perderemo 30 anni delle nostre vite legandoci ad idee estremiste, le distruggeremo oggi», ha promesso il principe al mondo, che spesso però inciampa nei suoi suoi progetti.

‘Visione 2030’

Alla conferenza a Riad sugli investimenti in Arabia Saudita di fronte a imprenditori e investitori di calibro mondiale, il giovane sovrano in pectore prova a fare ‘market’. Un suo ‘percorso di riforma’, pubblicizzato come «Visione 2030». «Assicureremo che i giovani sauditi vivano in armonia con il resto del mondo. Sradicheremo l’estremismo molto presto». L’estremismo che al momento c’è, ma non si dice troppo in giro. Emanciparsi per sopravvivere. Il greggio ha fatto la fortuna dell’Arabia Saudita ma le riserve nel paese non dureranno a lungo. Bin Salman ha ribadito che è pronto un piano di investimenti in energia alternativa, nell’industria militare e nelle nuove tecnologie. Accordi commerciali, militari ed energetici plurimiliardari sia con la Russia che con gli Stati Uniti.

Fantascienza nel deserto

Alla conferenza di Riad l’erede alla corona ha annunciato un piano di investimenti per un valore di 500 miliardi di dollari per la costruzione ex novo di una città sul Mar Rosso, a sud del confine con Giordania ed Egitto, interamente isolata dall’ecosistema desertico ma inserita sotto una cupola che la dovrebbe proteggere dalle forti temperature. Il progetto si chiama Neom e prevede tra l’altro l’edificazione della città alimentata esclusivamente con energia alternativa. La Saudi Vision 2030 nasce in realtà nel 2016: nuovo percorso dello sviluppo dell’Arabia Saudita, elaborato da bin Salman assieme a un migliaio di consulenti. Un anno dopo, la Saudi Vision frettolosamente rivista, forse perché i consulenti statunitensi non avevano capito bene in quale realtà stavano intervenendo.

Nuove ambizioni antiche debolezze

Tre mesi fa l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato il loro assedio al Qatar, cancellando decenni di tentativi di integrazione e cooperazione tra i sei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Un secolo di tradizione diplomatica saudita basata sul dialogo discreto rinnegato in favore di una politica basata sulla forza. Il fatto che l’Arabia Saudita non sia più un gigante dormiente ma si sia risvegliata trasformandosi in un esuberante gigante che fa sentire il suo peso nella regione -osserva preoccupato Bernad Guetta su France Inter– non può ancora essere giudicato, perché i risultati delle mosse dei sauditi non sono ancora pienamente chiari. È chiaro invece che le nuove politiche hanno fallito in quasi tutti i casi, soprattutto in Yemen, in Siria, in Qatar, in Libano e in Iran.

Fine di un’era territorio inesplorato

Alla fine del 2015 i servizi d’intelligence tedeschi erano così preoccupati dal nuovo principe ereditario saudita, da lanciare un avvertimento al governo: “La tradizionale prudenza della famiglia reale è stata sostituita da una politica interventista impulsiva”. Il principe Mohammed era in carica da appena un anno, ma aveva già lanciato un massiccio intervento militare nella guerra civile yemenita e aveva spinto l’Arabia Saudita a sostenere apertamente i ribelli nella guerra civile siriana. Aveva anche preso l’audace decisione di mantenere alta la produzione petrolifera, lasciando che il prezzo del petrolio crollasse. Non stupisce che il Bnd abbia definito il principe “un giocatore d’azzardo”. E per di più è un giocatore che scommette sui cavalli sbagliati, commenta Gwynne Dyer, su Internazionale.

Errori politico militari

Prima scommessa fallita nello Yemen, con una campagna di bombardamenti aerei che ha ucciso almeno diecimila yemeniti ed è costata all’Arabia Saudita decine di miliardi. Doveva essere un intervento rapido e limitato e si è trasformato in una lunga guerra di logoramento. Poi il sostegno ai ribelli siriani svanito quando l’esercito ha riconquistato Aleppo. E l’Arabia Saudita dovrà accettare che Assad resti al potere. Peggio col petrolio. La guerra ai produttori statunitensi che estraggono petrolio dalle rocce tramite il fracking. Più produzione, cala il prezzo. Gara a scendere per strangolare l’avversario. Negli ultimi due anni il prezzo del petrolio è sceso diverse volte sotto i trenta dollari al barile. Nel frattempo l’Arabia Saudita aveva bruciato circa cento miliardi di dollari l’anno di riserve monetarie.

Il problema è che Mohammed bin Salman ha fretta -forse troppa- di ottenere risultati per diventare Re.

Potrebbe piacerti anche