sabato 25 maggio 2019

Quanto Tito nella ex Jugoslavia?

Quante vie e piazze sono ancora dedicate al Maresciallo Jozip Broz Tito, negli stati nati dalla disgregazione jugoslava? Su piazza e strade dedicate al leader jugoslavo, liberatore dal nazismo per molti, despota comunista per altri, si litiga e ci si divide ancora oggi. Un interessante studio dell’Osservatorio sui Balcani e Caucaso.

L’ultimo giorno d’agosto il consiglio comunale di Zagabria ha cancellato il croato Maresciallo Tito, simbolo della Jugoslavia socialista, dalle sue strade. E piazza Maresciallo Tito è diventata piazza della Repubblica croata. Solo uno dei numerosi esempi, scrive Marco Abram su Osservatorio Balcani, di attenzioni e tensioni che ancora oggi si muovono attorno alla figura e alla memoria del leader jugoslavo. Una mappatura delle vie oggi dedicate al leader jugoslavo elaborata da Giorgio Comai dello stesso Osservatorio.

Tito il Garibaldi jugoslavo

Lo spazio pubblico urbano potente trasmettitore di significati politici e rappresentativi, pensiamo alle vie o piazze Garibaldi in Italia. Mentre cambiare i nomi di vie e piazze diventa il metodo più rapido per cercare di annullare quei significati politici. Al posto di Garibaldi mettere Ferdinando di Borbone, ad esempio.
In epoca jugoslava, la maggior parte dei centri abitati del paese aveva almeno una piazza o una via dedicata al Maresciallo Tito. Nelle diverse repubbliche, alcune città avevano perfino integrato Tito nel proprio nome: da Titograd a Titovo Užice, da Titova Korenica a Titov Veles. La fine del socialismo e la dissoluzione del paese portarono via uno dopo l’altro qui nomi.
Stessa cosa accadde per le strade principali delle nuove capitali nazionali: via Maresciallo Tito scomparse a Lubiana e a Belgrado, stesso destino per piazza Maresciallo Tito a Skopje. Una via e una piazza sopravvissero invece nella Sarajevo dilaniata dal conflitto e nella Zagabria del Presidente della secessione Tuđman, lui comunque partigiano anti nazista, i nipotini no.

Cercando Tito

Mappa legata comunque a fattori spesso molto locali. Attirata attenzione la Vojvodina. La regione autonoma della Serbia a nord, verso l’Ungheria, è disseminata di segnali che indicano vie intitolate al Maresciallo. In un territorio dove convivono decine di gruppi nazionali diversi, tantissimi ungheresi ma non soltanto, la “fratellanza e unità” di epoca titina viene spesso considerata un riferimento ancora attuale.

Un’altra regione dove Tito è ancora presente soprattutto nei nomi di vie, piazze e parchi, è l’Istria e il Quarnero, nelle città costiere come Capodistria, Pola, Umago, Cittanova, Rovigno, Parenzo e Fiume. Tito il fautore della riunificazione di quei territori alla Croazia dopo la Seconda guerra mondiale. Inoltre, la regione è per cultura e tradizione di orientamento politico regionalista o socialdemocratico, distante da quello della destra croata revisionista che nella maggior parte dei casi promuove la rimozione dei simboli del passato socialista.

Muovendo verso la Dalmazia si perde quasi ogni traccia del Maresciallo. Nel 2015 anche Sebenico, ultima tra le grandi città, ha rinunciato alla propria ‘poljana Maršala Tita’. Sono zone particolarmente coinvolte dal conflitto degli anni Novanta. Ai tempi della Repubblica serba di Krajina le amministrazioni separatiste si impegnarono a ridefinire la toponomastica per esaltare la “serbità” del territorio, mentre un’operazione parallela veniva condotta nelle zone sotto il controllo di Zagabria. Nel 1995, la riconquista da parte croata dei territori sotto il controllo serbo non riportò indietro le lancette del tempo.

Kosovo albanese e Bosnia divisa

Dinamiche ancora più forti in Kosovo. Esemplare il caso della vecchia “Maršala Tita” di Pristina, importante via pedonale del centro cittadino. Divenuta Vidovdanska nei primi anni Novanta, in ricordo del giorno di S.Vito e della battaglia di Kosovo Polje –mito nazionale serbo– venne rinominata Boulevard Madre Teresa dopo il conflitto del 1999, in onore della celebre religiosa, nata a Skopje da una famiglia di origini albanesi-kosovare.

In Bosnia Erzegovina, la Republika Srpska ha cancellato da tempo i riferimenti al croato Tito, con l’eccezione di Srebrenica e Kozarac, luoghi tragicamente segnati dalla guerra, con una significativa presenza della comunità bosgnacca e sotto gli occhi degli osservatori internazionali. Nella Federazione croato-musulmana il Maresciallo mantiene ancora il proprio ruolo nelle principali città multietniche come Sarajevo, Mostar, Tuzla e Zenica.

Macedonia a ‘macchia di leopardo’, e atteggiamenti divergenti rispetto alla memoria di Tito e dell’esperienza jugoslava. Fu in epoca socialista che la Macedonia vide riconosciuti per la prima volta i propri confini, le proprie istituzioni e l’identità nazionale macedone. Le contraddizioni che dividono oggi la società e i partiti principali si ripropongono a livello locale, condizionando anche lì la toponomastica.

I ritorni di Tito

Lubiana, testimone del rapporto oscillante con il passato jugoslavo che attraversa la società slovena. Via Maresciallo Tito, la principale arteria cittadina in epoca jugoslava, cambiò nome già nel 1991 con l’indipendenza. Nel 2009, tuttavia, l’amministrazione locale dedicò a Tito una nuova lunga via che dalla periferia cittadina porta in direzione del centro. Decisione controversa che un paio di anni più tardi la Corte costituzionale cancellò perché ‘esaltava un simbolo di un sistema totalitario’.

Podgorica, capitale del Montenegro, città che divenne Titograd nel 1946, non aveva in epoca socialista una via dedicata a Tito. Quella che si trova oggi sulle mappe della capitale montenegrina è frutto di una ri-commemorazione di metà anni 2000. In altri casi -sempre Marco Abram su Osservatorio Balcani- la revisione della toponomastica ha riconosciuto l’importanza storica del personaggio, preferendo però sostituire l’enfatico via Maresciallo Tito dei tempi jugoslavi con un più laico via Josip Broz Tito.
Il paese natale del leader jugoslavo, Kumrovec, ha rinunciato perfino al celebre soprannome, dedicando semplicemente la via al concittadino Josip Broz, mandando in crisi non solo la storia ma anche il database di Google maps.

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