I mitici Peshmerga curdi vincitori sul campo contro Isis. A Kirkuk in fuga, senza quasi combattere, dagli stessi uomini che avevano lottato assieme a loro contro gli islamisti a Mosul. Situazione confusa e da interpretare. Kirkuk petrolifera contesa da sempre tra arabi e curdi, abbandonata ieri da questi ultimi dopo poche ore di combattimenti non certo accaniti. Migliaia di militari e decine di migliaia di civili in fuga. Grande schieramento di forze da parte irachena con le milizie sciite filo iraniane Al-Badr e Kataib Imam Ali, e pochissima guerra. E qualche resa dei conti simbolica: almeno dieci Peshmerga decapitati dai miliziani sciiti, secondo la tv curda Rudaw. Crudeltà modello Isis, con significati reconditi.
A fine mattinata l’esercito di Baghdad si era ripreso la base militare K1, l’aeroporto, e soprattutto il giacimento petrolifero di Baba Gurgur, il tesoro di Kirkuk. 600 mila barili al giorno, tre quarti del greggio del Kurdistan. ‘Senza Baba Gurgur le casse curde saranno presto vuote ma la reazione da parte del governo del Kurdistan di Barzani è stata confusa’, annota Giordano Stabile su La Stampa. Problemi interni in casa curda, l’eterna disputa tra leader, Barzani e Talabani. I Peshmerga fedeli all’ex presidente iracheno Jalal Talabani, morto due settimane fa, ma con una fazione agguerrita, il Puk, forte soprattutto nella parte orientale del Kurdistan, confini con l’Iran: avrebbero trattato con Teheran e lasciato avanzare l’esercito iracheno a ‘motore’ sciita.
Da Baghdad l’invito a una «pacifica amministrazione congiunta delle aree contese». Proposta rivolta al Puk, più vicino alle posizioni degli sciiti, anche per la vicinanza geografica all’Iran della sua roccaforte, la città di Suleymaniya dove, domenica, era arrivato il generale dei Pasdaran Qassem Suleimani. Il destino di Kirkuk sarebbe stato deciso lì e ora i curdi di Kirkuk in fuga, l’altra fazione che domenica scorsa aveva votato per l’indipendenza del Kurdistan, ha altri conti in sospeso da saldare in casa. Peshmerga «traditori», ma soprattutto l’America «in silenzio mentre veniamo invasi». L’anti-Isis a guida americana ha solo invitato le parti a «concentrarsi» nella lotta agli islamisti. Curdi i più fedeli alleati degli Usa, ma anche Baghdad è strategica. E Washington non c’è.
Il Grande Kurdistan, lo spettro che agita la Turchia, che impensierisce l’Iran, che mette in crisi l’unità dello Stato iracheno sotto il governo sciita di Baghdad e che potrebbe reclamare un suo spazio anche nella spartizione della Siria. La battaglia di Kirkuk segna dunque l’inizio di una nuova guerra in Medio Oriente: la “guerra del petrolio”, scrive Umberto De Giovannangeli sull’HuffPost Italia. Poco noto che i giacimenti di Kirkuk erano già stati “promessi” dal Kurdistan a società petrolifere russe e che inevitabilmente fanno diventare le questione indipendenza interesse di Stato per il Cremlino. Inutili, come abbiamo visto, gli appelli di Nechiryan Barzani, che prima forza sul referendum e poi frena e quasi si arrende.
Attorno alla questione curda la politica degli opportunismi nazionale si esalta. ‘Il sunnita Erdogan con lo sciita al-Abadi, mentre in nome del petrolio, la Russia di Putin, che in Siria contrasta le milizie curde dell’Ypg, sul versante iracheno apre al governo curdo di Barzani’, rileva De Giovannangeli. Dopo le esercitazioni militari congiunte tra esercito iraniano e turco ai confini con il Kurdistan, il presidente turco Erdogan ha inasprito l’escalation verbale contro Erbil. Rivolto al presidente Barzani: «Chi riconoscerà la tua indipendenza? Con 350 chilometri di confine non puoi dichiararti indipendente se non parli con i tuoi vicini e tu non hai parlato né con noi né con Teheran».