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mercoledì 16 Ottobre 2019

Dietro lo strappo Usa sull’Iran

‘Stile Trump’, grande provocazione, poca sostanza. Sull’affaire nucleare Trump prometteva sfracelli, ma è stato costretto a darsi una calmata. Tillerson e Mattis contrari alla strategia della Casa Bianca. Gli interessi israeliani e i veri interessi statunitensi nell’area. Chi sono i ‘Pasdaran’ che Trump vuole ‘terroristi’.

Questa volta sono riusciti a tirarlo per la giacchetta, o quasi: Donald Trump voleva stracciare da subito, in mille pezzi, l’accordo sul nucleare con l’Iran (già benedetto dall’Onu), ma l’hanno costretto a rimangiarsi, in parte, i suoi piani distruttivi. Il New York Times rivela che il Segretario di Stato, Rex Tillerson, e il Ministro della Difesa, James Mattis (che forse ne capiscono un poco più di lui), hanno convinto il Presidente a metterci una pezza. Così, quella che doveva essere una decisione già presa e strombazzata in anticipo ai quattro venti, è diventata una specie di polpettone diplomatico. Che scontenta tutti.

In primis scontenta gli ayatollah, che sono furibondi, dopo aver dato pure l’osso del collo per arginare la marea montante dell’Isis in Siria. Poi, nell’ordine, la Russia di Putin (che forse se la ride di sguincio), i cinesi, l’Unione Europea e il resto degli alleati, sempre più insofferenti verso la Casa Bianca. Ormai i colpi di testa di Trump non si contano più. Peccato, però, che si tratti di capocciate contro un muro di calcestruzzo, che l’inquilino dello Studio Ovale assesta a ripetizione, sperando di demolire le politiche e l’immagine di Obama.

Risultato? Un polverone che non ti dico. La puzza di bruciato comincia al Pentagono e al Dipartimento di Stato, prosegue nei corridoi della Casa Bianca (dove molti “adviser” e componenti dello staff hanno già le scatole piene per le sparate del Presidente) e finisce a Bruxelles, con l’Unione trascinata sul sentiero del bailamme diplomatico. E, in effetti, a leggere e a interpretare le dichiarazioni sull’Iran, non basterebbe una squadra di egittologi. Un colpo al cerchio e uno alla botte, tra un tuffo carpiato e un giro di valzer, Trump ha detto tutto e il contrario di tutto, seguito dagli sguardi accigliati di Tilllerson e Mattis, che di questa ennesima trovata non sentivano proprio il bisogno.

In sostanza, Donald “denoantri” si è arrampicato sugli specchi, sostenendo “di non poter garantire che l’Iran rispetti tutto lo spirito dell’accordo”, anche se formalmente, finora, non l’ha violato (se non per un quantitativo di acqua pesante e per qualche centrifuga fuori dai limiti). Voi ci capite niente? Beh, manco noi. Sembra filosofia Zen e invece è il Trump-pensiero, frutto di una parziale marcia indietro rispetto alle sue intenzioni originali. Che erano quelle di piazzare una bomba sotto le terga degli ayatollah. Per non fare saltare il banco, visto che ha contro ministri, consiglieri e mezzo Partito repubblicano, l’ex Palazzinaro ha dovuto abbozzare.

E così taglia di qua e aggiusta di là, lima di sopra e cancella di sotto, il suo discorso sull’Iran è apparso la fotografia del suo attuale stato mentale: un caos da manicomio. L’impulsività del Presidente lo spingeva a sterminare gli “infedeli”, come Brancaleone alle crociate, ma la saggezza dei suoi collaboratori lo ha convinto (o obbligato) a correggere il tiro. In sostanza, ora, la patata bollente dell’accordo sul nucleare passa al Congresso, che avrà due mesi di tempo per esprimersi. Nel frattempo, Trump si consola per avere fatto inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche le Guardie Rivoluzionarie della teocrazia persiana.

I “pasdaran”, detto tra parentesi, sono un esercito con tanto di divisa e organizzazione militare e non fanno (o ispirano) attentati da trent’anni. Certo, la cosa non vale per il Libano e, potenzialmente, per il Golan, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Israele, dove gli sciiti hanno guadagnato punti, dopo la sciagurata guerra civile siriana. Quindi, sostanzialmente, la mossa di Trump. è un favore reso all’amico Netanyahu, che, oltre a condividerne i punti di vista, conosce molto bene i pregi e i difetti del Presidente degli Stati Uniti. Paura che li spifferi? Nooo, sicuro. Noblesse oblige. Certo, resta il fatto che mentre quasi tutta l’ Amministrazione era contraria a riaprire il dossier iraniano, la Casa Bianca l’ha voluto fare a tutti i costi.

Gli avvertimenti di Tillerson e Mattis sono riusciti a “congelare” l’azzardo, ma fino a quando? Il Trump furioso ha detto che i 100 miliardi di dollari piovuti nelle tasche degli ayatollah dopo gli accordi, sono serviti a sviluppare i missili balistici e che da ora in poi gli Usa vigileranno sulle “attività terroristiche” di Teheran. Questo sulla carta. E a beneficio delle televisioni. Ma sul campo la situazione smentisce tutti i proclami di fuoco del Presidente: gli americani, sorprendentemente, hanno fatto ritirare i “loro” ribelli siriani dentro i confini della Giordania, lasciando campo libero alle milizie sciite di Hezbollah, sostenute dall’Iran.

Ciò farebbe parte dell’accordo con Putin, che Trump si guarda bene dal rivelare. Come detto, gli ayatollah sono imbufaliti e pensano a una campagna diplomatica per isolare Trump, che già non gode di grande solidarietà manco nel suo governo. Abbiamo scritto e lo ribadiamo che la grande partita mediorientale, in questa fase, non si gioca in Siria ma nel Golfo Persico. La guerra mondiale dei sunniti contro gli sciiti, scatenata dentro l’Islam dall’intervento occidentale dopo le “Primavere arabe”, continua più aspra che mai. Guerra di tutti contro tutti.

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