lunedì 23 ottobre 2017

L’economia oggi per il Nobel? Soprattutto aspettative

Assegnato il Premio Nobel a Richard Thaler, Chicago, uno dei padri della Scuola “behavioristica”. Crisi e rischio sistemico. La Fondazione Nobel orientata sempre più di frequente a premiare studiosi che si muovono nella terra di confine tra economia e psicologia, analizza Piero Orteca.

Nel suo best-seller “The age of turbulence” (“L’era della turbolenza”), Alan Greenspan, vecchio lupo di mare abituato a navigare nei procellosi oceani della finanza internazionale, pone un lapidario epitaffio sulle foie di tutti coloro che giocano a fare i Nostradamus dell’economia. Scrive l’ex Governatore della Federal Reserve, onusto di glorie e di allori, ma anche bersaglio di pesanti critiche, che oggi il mondo è così complesso che nemmeno le equazioni più sofisticate riescono a essere sufficientemente predittive del comportamento dei mercati.

Insomma, l’economia è fatta di aspettative e il cervello umano proprio non può essere inscatolato dalla matematica dei computer di quinta generazione. Tutto ciò, da qualche anno, l’hanno capito anche alla Fondazione Nobel, che proprio per questo si è orientata sempre più di frequente a premiare studiosi che si muovono nella terra di confine tra economia e psicologia (da Herbert Simon a Gary Becker, da John Forbes Nash e Reinhart Seiner a Robert Lucas, fino a Daniel McFadden, Daniel Khaneman, Robert Aumann, Thomas Schelling.

Non è un caso, dunque, che la scelta di quest’anno sia caduta su Richard Thaler, dell’Università di Chicago, considerato da molti il tempio della teoria economica. Thaler è tra i fondatori della scuola “behavioristica” (comportamentale) che cerca di spiegare l’origine delle scelte irrazionali che sono alla base, per esempio, delle ricorrenti crisi finanziarie. È un modo di concepire l’economia che, come è stato costretto ad ammettere anche un “guru” come Greenspan”, oggi è molto più realistico, perché tiene conto della globalizzazione e della conseguente complessità del mondo contemporaneo, dominato da comportamenti erroneamente ritenuti “improbabili”.

Proprio la sottovalutazione del rischio sistemico relativo al mercato dei titoli (di cui abbiamo una recente e scottante esperienza) provoca rovinose catastrofi finanziarie, le cui dimensioni non sempre dipendono dalle condizioni iniziali. Per dirla più chiara, in certe condizioni da una palla di neve si può originare una valanga, capace di sotterrare l’economia di un Paese e, a catena, di inghiottire nel buco nero della crisi il resto del pianeta. Si tratta di una vera caduta “in vite” dei sistemi economici, dove il fenomeno che gli americani chiamano di. “crash and panicking” (che potremmo tradurre con “rottura e diffusione della paura”) fa aumentare in modo esponenziale, logaritmico, gli effetti degli squilibri iniziali, causando risultati finali da collasso finanziario.

In definitiva, parliamo di una sorta di “effetto farfalla”, tanto caro agli esperti di fluidodinamica, applicato pari pari all’economia. “Nudge” (“spinta”) è il titolo di uno dei masterpiece di Thaler che gli ha fruttato il Nobel. L’Accademia svedese ha voluto premiare non solo la multidisciplinarietà dell’approccio di Thaler, ma ache la sua proposta di un “comportamento virtuoso”, che sposta dal breve al lungo termine la logica degli investimenti e del risparmio. “Breve”, secondo lo studioso americano, molte volte è sinonimo di “speculativo”, cioè il grimaldello che spesso fa saltare per aria i cancelli dei mercati, trasferendo le incongruenze dall’economia “cartacea” a quella “materiale”.

Così insolvenze, fallimenti, crollo della domanda, chiusura degli impianti produttivi e disoccupazione dilagante, diventano tutte facce di una stessa medaglia, alla base delle ricorrenti crisi capitalistiche. Naturalmente, le riflessioni del professore di Chicago toccano molti settori (dalla Teoria dei giochi a quella delle Scelte, dallo sviluppo dei modelli caotici e non lineari fino alla Teoria delle catastrofi) che possono trovare terreni di applicazione anche in diversi altri settori della vita civile. In qualche misura, il lavoro di Thaler può essere paragonato a quello di Caplan, che spiega l’irrazionalità delle scelte elettorali con il cosiddetto “Herd Istinct” (“Istinto del gregge”), secondo il quale non si vota “per interesse” ma, abbastanza sorprendentemente, “per antipatia o simpatia”.

Approcci emotivi che poco hanno a che vedere con una strategia individuale ispirata dalla logica. Thaler ha detto, tanto per essere conseguente, che spenderà i soldi del Premo Nobel (oltre un milione di dollari) “nel modo più irrazionale possibile”. Magari applicando la massima di un grande monetarista che, dopo le lezioni “ufficiali”, spiegava ai suoi studenti che “la forma più sicura di risparmio è spendere e spandere”. Prima possibile. Potrà sembrare epicureo e un po’ edonistico, ma pare che non si sbagli mai.

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