lunedì 23 ottobre 2017

Fin che morte non li separi dalla galera

I gatti soffrono di emicrania? Randagia Francesca de Carolis, reduce da una visita nel carcere di Parma, sì. Perché, le spiega il suo amico dottor Claudio Conte, può far male confrontarsi con una cosa così enorme come l’ergastolo. Se ne può rimanere schiacciati, prima di tutto a subirlo, ma un po’ anche solo a conoscerlo.
Claudio, condannato all’ergastolo, in carcere da quando aveva diciotto anni. Quasi trent’anni in carcere, lo studio, laurea in giurisprudenza 110 e lode. Ma lui Claudio Conte, è ‘Ostativo’ o no?
Distinguo giuridico che decide tra la certezza di dover morire in carcere -più campi, più lunga è la pena-, o la speranza di poter andarsene dalla vita con qualche memoria migliore attorno.

Avevo deciso di non parlarne, per ora… e lasciarlo lì in un cantuccio dell’anima, l’incontro che lunedì scorso ho avuto a Parma, nel carcere di Parma, con Claudio Conte, da quattro anni ormai caro amico di penna…
Ma il mal di testa scoppiato mentre ero là dentro, ancora non vuole passare. Chissà che buttando fuori tutto quello che mi si è rappreso nell’anima…
E dunque finalmente l’ho incontrato. Claudio Conte, ricordate? Quello che due anni fa, nel carcere di Catanzaro, ha costruito un presepe intorno all’immagine di Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni annegato nel tentativo di raggiungere la Grecia.
Da più di un anno Claudio si trova in quel di Parma, un manufatto di ferro e cemento come tutte le carceri “moderne” alla periferia della città, Lontano dagli occhi e, come si dice, dal cuore… E, devo dire, quando arrivi, quasi ti rassereni un po’ per via delle siepi e degli alberi che ombreggiano il viale che porta, oltre il cancello d’ingresso, alla struttura.
Peccato che appena entri nel gelido e grigio e lungo lungo corridoio, quasi un tunnel, che arriva agli edifici interni, capisci subito che tutto quel verde chi è lì detenuto neppure lo vede. E dopo un po’, immagino, lo dimentica persino… insieme a tante, troppe cose, della vita…

Claudio, condannato all’ergastolo, è in carcere da quando aveva diciotto anni. Una prima breve condanna appena diventato maggiorenne, poi sei mesi fuori, nei quali, mi ha detto, si è giocato la vita. Oggi ha 47 anni e mi racconta di quanto quel tempo sia lontanissimo.
Mi racconta, soprattutto, del tempo trascorso a ricostruirsi una vita (per quanto possa essere possibile ricostruirsi una vita dentro le mura di un carcere), degli anni passati a studiare nel carcere di Catanzaro, delle relazioni lì tessute con pazienza, con i docenti, le persone, sul territorio.
Racconta la speranza di una vita possibile, dopo tanti anni, dopo tutto quel bel percorso… Claudio, nella primavera dello scorso anno, quando ancora si trovava a Catanzaro, si è laureato in giurisprudenza. 110 e lode. Ha scritto un bellissimo racconto della giornata della laurea e presto sarà pubblicato, vedrete…

Mi racconta dei tanti incoraggiamenti di chi lì aveva incontrato, delle parole di apprezzamento, addirittura, del magistrato che tanti anni prima lo aveva condannato, che ha saputo vedere in lui un uomo nuovo. Si aspettava un premio, dopo tutto quel percorso… un primo permesso, magari…
E invece da un giorno all’altro è stato catapultato in quel di Parma. E non vi sto a dire i perché e i percome. Quel che importa sapere è che questo gli ha spezzato la vita. Persa la fiducia, le relazioni, i contatti che aveva costruito con il mondo fuori. Distrutta la speranza di una vita possibile.
“Perché questa non è vita. E’ morte” mi dice. “Se non conta proprio nulla tutto il percorso che ho fatto…”

Come non pensare che è grande ipocrisia, una stupida favola che ci raccontiamo per acquietarci la coscienza, questa del carcere che “rieduca” per restituire alla società. Sempre più spesso penso che il carcere, questo carcere, alla società non possa che restituire larve. Sempre che le restituisca. Claudio Conte è un ostativo, quindi nessun beneficio perché non è stato collaboratore di giustizia. E non importa quanto sia oggi “rieducato”.
Eppure mi ha detto: “Dopo i primi mesi di abbattimento, ora sto ricominciando daccapo”.
E’ forse in quel momento che è cominciato il mal di testa. Un mal di testa feroce che ancora non mi abbandona. e ancora penso al suo viso tranquillo e pulito, al garbo delle sue parole, senza un’ombra di astio, mentre mi racconta che nel tempo lontanissimo dei suoi diciotto anni, già si sentiva un uomo, uno grande… solo ora vede il ragazzino che era… un ragazzo che in un soffio si è bruciato la vita…

Guardandolo negli occhi, fermi e senza ombre, non riuscivo a non pensare a quanto sia non democratica la pena dell’ergastolo. Una pena che dura quanto la vita, e non fa nessuna differenza se comminata a un diciottenne o a un cinquantenne, se saranno trenta, quaranta o sessanta, gli anni, finché morte non li separi… Ci avete mai pensato?
Il futuro di Claudio ancora è appeso all’attesa di un giudizio. Del giudice che dovrà decidere della sua ostatività. E come non pensare a quanto spesso la vita dipenda da un parere, da una maggiore o minore rigidità nella lettura delle norme, da mancanza, a volte, di coraggio, di interpretazioni giudiziarie che rompano norme anchilosate, che aprano strade, che sappiamo leggere l’animo dell’uomo… E’ disperante pensare che spesso tutto dipenda dal finire sotto la giurisdizione dell’uno o dell’altro tribunale… e che rischi di non incontrarlo mai … quel giudice che dovrà pure esserci a Berlino…

E deve avermelo letto in faccia, questo mio sentire, Claudio, se a un certo punto mi ha detto che devo avere riguardo di me. Sì, avete sentito bene… io devo riguardarmi, perché può far male, mi ha detto, confrontarsi con una cosa così enorme come l’ergastolo. Se ne può rimanere schiacciati, mi ha detto…
Eppure … “ma io credo nel diritto, credo nella Costituzione” ha ripetuto più di una volta Claudio, ancora una volta sorprendendomi. E prima o poi, qualcuno che avrà il coraggio di stabilire che l’ergastolo è incostituzionale, al di là di sofismi, ci sarà.
Abbiamo naturalmente anche parlato d’altro. Delle cose semplici della vita, che con echi tanto flebili arriva da fuori… Il colloquio è durato due ore. Due ore passate in un attimo, perché si vorrebbe raccontare tutto e tutto capire. Forse per questo il mio mal di testa continuava ad aumentare. E scattate le due ore, fuori!, neanche il tempo di salutarsi come si deve…

Avevo portato a Claudio due libri. I libri sono fra le poche cose che “passano”. Un testo di Chomsky e “Il Maestro e Margherita”, un libro, avevo scritto nella dedica, che racconta quanto siano friabili le barriere dello spazio e del tempo…
E sono quasi trasecolata quando al controllo mi hanno spiegato che i libri con dedica “non passano”. Se volevo che passasse avrei dovuto strappare la pagina con la dedica.
L’ho fatto, e strappando il foglio ho sentito lacerarsi qualcosa dentro. Forse il mal di testa era già iniziato un quel momento. Che cercavo di dare una spiegazione logica a quella disposizione che chissà chi, chissà quando, aveva dato. E per tutto il tempo dell’incontro mi ha accompagnato un brivido: è proprio vero che il potere è paranoia.

“O dèi, dèi, perché mi punite?… Non c’è dubbio; eccolo di nuovo, il mal invincibile e tremendo, l’emicrania che colpisce metà del capo… Contro di lei non esiste rimedio, non v’è scampo… Proverò a non muovere la testa…”. Pilato, da “Il Maestro e Margherita”, appunto.
Proverò anch’io, per un po’, a non muovere la testa…

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