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giovedì 14 20 Novembre19

Accordo nucleare iraniano da Nobel, beffa per Trump

L’accordo sul nucleare iraniano è il più accreditato candidato al premio Nobel per la Pace 2017. Ma sul tema l’amministrazione Usa si lacera  col segretario alla Difesa Mattis che smentisce Trump.
Problema politico in più per la Casa bianca oltranzista sulla scia di Israele e Arabia saudita, mente Pentagono e Dipartimento di Stato difendono l’accordo.

Con lo spettro dei test nucleari nordcoreani che getta la sua ombra sulla capitale norvegese, molti scommettono che quest’anno il Nobel per la Pace, il riconoscimento più prestigioso e atteso della settimana dei Nobel, verrà assegnato allo storico accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 tra l’Iran e il Gruppo 5+1. Un appropriato riconoscimento agli sforzi in favore della non proliferazione nucleare.
In questo caso il premio potrebbe andare all’ex Segretario di Stato Usa, John Kerry, e al ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, artefici dell’accordo. «Con la Corea del Nord in questa situazione, è molto importante mostrare appoggio a quelle iniziative che vigilano sullo sviluppo e la proliferazione delle armi nucleari», ha commentato il responsabile del Peace Research Institute of Oslo, forse non a caso.
Il Comitato di Oslo svelerà il nome del vincitore alle 11 di venerdì prossimo.

Sul nucleare iraniano frattura interna Usa

Falchi colombe e poi le teste calde, e l’ultima categoria la decidete voi alla fine della lettura.
Mentre il presidente degli Stati Uniti promette che presto rivelerà ciò che intende fare con l’accordo nucleare iraniano, il suo segretario alla Difesa, Jim Mattis, davanti al comitato delle Forze armate del Senato, costretto da una domanda a prendere posizione sul dossier che Trump vuole modificare, sconfessa in presidente: l’accordo con l’Iran deve essere confermato.
Presa di distanze dalla Casa bianca che nei giorni scorsi ha pesantemente criticato l’accordo, ratificato dal predecessore Obama.

A ‘costringere’ Mattis a prendere posizione sull’argomento la domanda di un senatore che gli ha chiesto di rispondere, con un sì o un no, ad una semplice domanda:
«Lei pensa che sia nel nostro interesse nazionale adesso restare nell’accordo?».
Mattis, dopo un istante, ha risposto: «Sì. Credo di sì».
«Penso che al momento attuale, in assenza di qualsiasi indicazione contraria, questo è qualcosa che il presidente dovrebbe considerare di confermare».
Dal momento che l’accordo nucleare iraniano è entrato in vigore, nel gennaio 2016, il presidente americano deve ogni tre mesi ‘certificare’, con il Congresso, l’adesione dell’Iran alle regole.

Il segretario Usa alla Difesa Jim Mattis

Lo ha fatto a metà aprile e poi a metà luglio, ma ha anche chiesto alle agenzie federali di riconsiderare l’accordo per determinare esso sia nell’interesse di sicurezza nazionale.
Donald Trump ha detto di voler ‘certificare’ il rispetto o meno dell’intesa da parte dell’Iran il 15 ottobre. Dopo le esternazioni di Trump all’assemblea generale dell’Onu, dove aveva definito l’accordo “un imbarazzo” per gli Usa e aveva lasciato intendere un suo orientamento negativo che godeva del sostegno di Israele e Arabia Saudita, rispetto al sostegno a favore dell’accordo di tutti gli altri Paese firmatari. Se Trump dovesse decidere diversamente, il Congresso, dominato dai repubblicani, in gran parte ostili all’accordo, avrebbe 60 giorni per decidere se imporre nuovamente le sanzioni cancellate in base all’intesa, di fatto affossandola.

Ma sancirebbe una spaccatura con una parte della sua amministrazione, dove il segretario di stato Rex Tillerson e Mattis sono favorevoli ad evitare lo ‘strappo’. Salvo lasciare anche loro la travagliata amministrazione.
E ora la ‘minaccia’ Nobel, che a contraddirla renderebbe politicamente insopportabile l’ulteriore isolamento internazionale della presidenza Trump.

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