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giovedì 5 Dicembre 2019

Spagna-Catalogna ora retromarcia: difficile domani

La Catalogna prende tempo sulla «dichiarazione d’indipendenza» dalla Spagna. Al referendum il Sì al 90% ma alle urne vota solo il 42%. La Ue si schiera con Madrid. Sulle violenze della polizia nei seggi l’Onu chiede un’indagine. Oggi sciopero di protesta, senza i maggiori sindacati.
Puigdemont e Rajoy tigri di carta

Il difficile giorno dopo

Da Bruxelles, un colpo al cerchio, uno alla botte. Dopo un lungo silenzio delle istituzioni europee, il presidente della Commissione Ue Juncker ha definito il «referendum illegale», ma ha invitato a «passare dallo scontro al dialogo». Anche se «la Commissione non avrà alcun ruolo nel favorire il dialogo». Messaggio a Barcellona per prima, e a Madrid di rimbalzo, non cercate di coinvolgerci in un problema istituzionale che è tutto vostro.
Sottintesa la presa di distanze dalle due parti che iberiche in conflitto che peggio di così non potevano gestire la questione.

E ora? La Catalogna si è svegliata ferita dalle scene di violenza della giornata del voto, con un sì ad un referendum che non sai a cosa serviranno, incerta su come le cose andranno a finire.
Con poche speranze di ottenere riconoscimenti internazionali, ora la linea decisa dall’esecutivo catalano sembra quella del dialogo. Puigdemont ha fatto capire che il passaggio in Parlamento nel quale potrebbe essere dichiarata l’indipendenza non è una questione di ore. Una possibile pausa nella spirale della tensione delle ultime settimane, dopo mesi di muro contro muro. Puigdemont ha ribadito di non volere una frattura traumatica con la Spagna ma piuttosto una separazione concordata.

Anche per Rajoy è stata una giornata di preparazione delle prossime mosse. Il premier ha visto i leader dei due grandi partiti ‘unionisti’ che lo hanno appoggiato sulla linea dura, il socialista Pedro Sanchez e Albert Rivera di Ciudadanos. Ottenendo due indicazioni contrastanti: Sanchez ha chiesto un «dialogo immediato», Rivera un pugno di ferro con Puigdemont per impedire la dichiarazione di indipendenza, con anche l’applicazione dell’art.155 che consente di sospendere l’autonomia catalana e di destituire Puigdemont. Anche la stampa di Madrid preme. El Mundo esorta a “non perdere un minuto contro l’indipendentismo”, El Pais parla di “ribellione” e accusa Puigdemont di “arroganza xenofoba”. Parole che confermano la grave frattura fra società catalana e spagnola.

I contrastanti dati di fatto

I risultati diffusi dai promotori del referendum dicono che è andato a votare circa il 40 per cento dei cittadini catalani. Significa che il 60 per cento è rimasto a casa. Impedito dallo schieramento di polizia o sollecitato ad andarci per reazione alla mano dura di Madrid e magari avrà anche votato no? Dato politico pesante, quando la politica d’assalto smetterà di urlare. Ma adesso tremano tutti.
Le cariche della polizia ai seggi di un paese europeo, la violenza contro persone inermi sicuramente sono responsabilità politiche che segneranno il futuro politico di Rajoy. Con dimissioni che sarebbero ragionevoli, per aver portato il paese, lui che ne è principalmente responsabile, a questo punto di rottura. Puigdemont e Rajoy, due tigri di carta -scrive Norma Rangieri su il Manifesto– che la lunga crisi ha incattivito, con i tagli al welfare toccati anche alla ricca Catalogna.

Domenica 1 ottobre, il giorno in cui Mariano Rajoy ha perso per sempre la Catalogna, titola qualcuno. Il premier spagnolo ha regalato la vittoria di immagine all’indipendentismo catalano, e ha caricato di ragioni tutti quelli che per un motivo o per l’altro stavano dubitando se partecipare a quello che non può considerarsi un vero e proprio referendum. Da Unidos Podemos per tutto il giorno messaggi sulle reti social per denunciare l’operato del governo: messaggi che sono mancati da parte del Partito socialista. In una conferenza stampa data quasi all’ora di chiusura delle urne, il leader di Podemos Pablo Iglesias ha chiesto al Psoe di smettere di appoggiare la strategia repressiva del Pp: «Noi democratici dobbiamo unirci per mandare il Pp e Ciudadanos all’opposizione». Ancora una volta ha ribadito che l’unica soluzione alla situazione è un referendum pattuito.

Rajoy, neppure una parola sui feriti, ha definito l’accaduto a Barcellona, «L’espressione di una democrazia amabile e tollerante, benché ferma e determinata che difende uno stato di diritto con tutte le garanzie». Il leader socialista Pedro Sánchez, che ha la chiave della sopravvivenza politica di Rajoy, pur parlando di «Giorno triste per la democrazia e per l’immagine esterna di questo paese», dà la colpa sia a Rajoy che a Puigdemont per quanto accaduto. E ha promesso che il Psoe non passerà sopra alle responsabilità di chi ha dato quegli ordini. Crisi di governo in vista? Nessuno ne parla perché sono in molti a temere i risultati delle urne, e non solo in Spagna. Elezioni politiche nazionale a misurare il giudizio di tutti i popoli di Spagna sui loro dirigenti, chiedono in molti.

Preoccupante ritorno al passato

Gli oppositori al separatismo catalano. Dalle manifestazioni organizzate giusto alla vigilia del voto per di Barcellona, sono uscite tutte le ombre che ancora gravano sul nazionalismo spagnolo. Saluti fascisti, bandiere con l’aquila di San Juan, l’inno falangista «Cara al Sol» e perfino quello della Legione che combatté al fianco dei nazisti. Se nello scontro con i catalani il governo spagnolo intendeva cercare consenso attraverso un bagno di folla, ha sbagliato i conti. In piazza Cibeles, di fronte al municipio madrileno, la folla ha scandito slogan contro gli indipendentisti catalani ma anche contro il presunto immobilismo del premier Mariano Rajoy. Rispunta la Fondazione Denaes, una sigla dietro cui si celano diverse componenti dell’estrema destra iberica.

Nella stessa Barcellona agli appelli di Denaes e del partito ultranazionalista Vox, hanno risposto anche i neofalangisti di España 2000 e i neonazisti di Democracia Nacional.
Puigdemont e Rajoy, due tigri di carta, condividiamo con Norma Rangieri, ma quanti guai si lasceranno alle spalle.

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