lunedì 23 ottobre 2017

Il librino di Mademba e la farfalla di Yusuf Bm Saho

Griot, il cantore che tra alcuni popoli dell’Africa Occidentale trasmette e conserva la tradizione orale degli avi, e dà risposte ai mille perché della vita e della morte. Gatto randagio-Francesca de Carolis molto umano oggi, ci racconta del ‘librino’ di Bay Mademba, scrittore del Senegal, di tanto ‘jom’, di tanto coraggio. Perché ‘Aiwa’, bisogna andare avanti.
La fiaba di Mademba ha i colori e la leggerezza della farfalla arrivata dal Gambia con i pastelli di Yusuf Bm Saho, e con la freschezza dell’acqua di Ibraim Ballo.
Per i lettori ormai affezionati della ‘Terza pagina’ domenicale di Remocontro, una curiosità, avendo letto Antonio Cipriani prima di Francesca de Carolis, nel loro sostanziale inseguirsi di argomenti e sensibilità (taglio un po’ più politico o sentimental letterario che sia). Giuro che i due autori neppure si conoscono. E che ogni sabato a rovistare tra la posta, la prima sorpresa è la mia a scoprire come faranno ad andare d’accordo comunque. (e.r.)

Ormai, credo di averli comprati quasi tutti, i librini che giovani africani offrono appostati a pochi passi dall’ingresso delle grandi librerie. E non tanto per loro insistenza, ché a volte sembra proprio faticoso sottrarsi…, ma perché ce ne sono davvero di bellini. Ho preso soprattutto i racconti di fiabe, fiabe d’Africa. Apri la prima pagina, e già sembra di sentire il richiamo dei griot, che invitano a trovare lo spazio di una pausa, accucciarsi accanto, lì in terra, e lasciarsi affascinare dalle loro storie che, fra suggestioni di antiche mitologie e ammiccante ironia, narrano dell’uomo, della sua terra, affollata di animali…e sempre raccontano dei perché… perché la pioggia, perché i fulmini… come vennero le malattie…perché il sole è il sole e perché la luna è la luna… insomma le cose della vita e della morte…
Una mattina, che ero a un bar di piazza Esedra tutta intenta a parlottare con Assunta, cara amica che lavora fuori Roma, e quindi quelle rare volte che ci s’incontra non si può essere disturbati… “No, non ne voglio, ne ho già comprati. E poi leggo solo fiabe e queste le ho già”, un po’ brusca ho liquidato quel ragazzo nero che si era avvicinato mostrandomi i suoi libri.

“Ma questo l’ho scritto io. Proprio io!” e con garbo deciso mi ha messo sotto il naso una copertina brunita. “Il mio viaggio della speranza”. E mi sembrava ci fosse orgoglio nei suoi occhi gentili, sorridenti di luce che… “Beh, se sei proprio l’autore…”.
Così l’altro ieri ho cominciato a leggere. E in un attimo l’ho percorso anch’io, il viaggio della speranza dal Senegal all’Italia, di Bay, Bay Mademba. Una storia che suona subito terribilmente simile alla storia di tanti di cui leggiamo, degli orrori, delle paure, dei trafficanti di uomini, delle prigioni… ma nessuna vita è mai uguale alle altre e leggerne in un diario di cui hai incontrato l’autore è come accettare l’invito ad accucciarsi in terra, accanto a lui, e ascoltarne la voce. Perché proprio come un griot May Mademba ha raccontato la sua storia. Con il linguaggio semplice e diretto e cullante delle fiabe. Che tante cose spiegano della vita e della morte, e sempre riescono a stupire…

“A un certo punto, mentre albeggiava, ho visto in lontananza una distesa bianca che sembrava il mare e ho detto a un mio compagno di sventura: ‘siamo vicini al mare, mamma mia dove siamo?’ E lui: ‘può darsi che ci sia una barca con cui ci riporteranno in Senegal’. Invece non era il mare, ma un campo soffice di neve…”
La prima neve di Bay Mademba, che nel suo paese, per quanto si impegnasse, racconta, non riusciva ad aiutare la sua famiglia come avrebbe voluto. Ma era giovane e pieno di fiducia, e come gli eroi delle fiabe si è messo in camino per attraversare il suo bosco…. i cui sentieri sono state le strade della Costa d’Avorio, della Turchia, e poi ancora della Grecia, e infine dell’Italia… Un bosco fatto di deserti, di città ostili, di mari, di barche… affollato di compagni, di morti per il caldo, di morti per acqua… E quanti orchi… i militari, le polizie, e i taglieggiatori, le prigioni, i campi profughi, le truffe, che ogni volta, a leggerne, viene da interrogarsi su cosa sia mai l’uomo…

Come le fiabe, questo libro regala perle di saggezza, per affrontare la vita, per affrontare la morte… Sotité na nga déssé fit… Se hai paura devi vincere questa paura, altrimenti finirà male per te. E scopri che c’è una parola importantissima in Senegal,“jom”, che significa coraggio. Bisogna avere sempre jom “perché prima o poi bisognerà sfoderare questa virtù al momento di morire. Ma allora tanto vale esser coraggiosi per tutta la vita”.
Ci vuole tanto coraggio, come quello delle madri di Thiaroye, che “non vanno più sulla spiaggia perché non vogliono sentire il rumore delle onde che ricordano ai loro cuori i figli perduti”, e fanno di tutto per dissuadere i giovani a partire. Ma…”a chi rammenta che avventurarsi è un suicidio, rispondono che per suicidarsi bisogna essere vivi, mentre loro si considerano morti”.

Storie di migranti, che regalano al paese con le loro rimesse il 14 per cento del prodotto interno lordo… con la nostalgia che sempre scoppia nel cuore. La nostalgia degli amici, di andare alla Moschea, delle cerimonie, dei profumi, degli odori, dei bambini a cui insegnare le parole della vita. Una nostalgia che “a volte mi prende alle spalle”.
Dalla nostalgia non si guarisce. Tanto che molti, racconta Mademba, fanno un’assicurazione che in caso di morte preveda il trasporto della salma in Senegal. E se non c’è assicurazione si fanno collette. Nessuna colletta potrà mai convincere il mare a restituire il suo bottino… ma “Aiwa”, bisogna andare avanti. E l’andare avanti della fiaba di Mademba ha i colori e la leggerezza di questa farfalla, alle cui ali Yusuf Bm Saho, amico venuto dal Gambia, ha dato il colore dei suoi sogni..

La fiaba di Mademba finisce bene. Alla fine di tanto travaglio ha un lavoro stabile presso l’editore dei libri che porta un giro. Ed è qui, nella nostra terra, a vendere racconti non solo per guadagnare qualcosa, ma per conoscere la gente e, racconta, “per donare le cose che ho nell’anima mia” . E magari qualcuno compra un suo libro solo per fargli un piacere, e poi a casa lo sfoglia e si rende conto di quanta poesia con quel libro lui ha regalato, “perché vendo solo libri poetici”, scrive. “E’ un seme che getto”.
E, seminando seminando, tesse incontri e parole, con il suo bell’italiano (sì, si esprime proprio con un bell’italiano). E si guarda intorno prendendo appunti su quest’Italia di cui, dice, ama molto le città. Un po’ perplesso per questa gente che “sta in casa sua, la vedi solo se va a lavorare o è festa o c’è mercato”, mentre nel suo paese a guardarsi intorno sembra sempre una festa. “In Senegal la casa è il mondo, le persone entrano escono, ti parlano, di niente e di tutto…”
Sarà per questo che con tanto garbo riesce a vendere i suoi libri. Sarà per questo che i suoi occhi erano così sorridenti di luce…

Disegno di Ibrahim Ballo

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