giovedì 20 giugno 2019

Quei referendum di secessione che non decidono indipendenze

Quasi contemporanei i referendum in Kurdistan e Catalogna. Analoghe opposizioni degli Stati centrali, e plebisciti di fatto consultivi, simboli e segnali rispetto ad un futuro da definire non si sa ancora bene come e quando mai verrà.
Alla scoperta dei referendum di secessione, dove, come e perché.

Sapete quanti nuovi stati sono stati creati nel mondo negli ultimi trent’anni? Lo chiede Pierre Haski, su L’Obs, in Francia e su Internazionale a casa nostra. Almeno trenta, quasi tutti nati dalla caduta del blocco socialista, la scomparsa dei grandi insiemi come l’Unione Sovietica e la Repubblica federale jugoslava, i da ‘divorzi’ sofferti ma concordati come in Cecoslovacchia o nel Sudan.
Le Nazioni Unite, che alla loro creazione nel 1948, contavano 51 paesi per poi crescere, con la decolonizzazione e alla vigilia della caduta del muro di Berlino, 1988, sino a 159 Stati.
Oggi gli Stati riconosciuti (non da tutti) nelle Nazioni unite sono 193. L’ultimo a essere stato ammesso è il Sud Sudan, entrato nel 2011 e purtroppo segnato fin dall’inizio dalla guerra. Guerre decisiva e all’origine stessa della nascita del Kosovo, nella pancia balcanica dell’Europa.

Nuovi Stati indipendenti crescono, ma non per referendum

Il Kurdistan iracheno ha votato il 25 settembre per la sua indipendenza provocando forti tensioni con l’Iraq e con i suoi vicini;
la Catalogna dovrebbe votare a sua volta il 1 ottobre e anche in questo caso i rapporti con Madrid sono molto tesi;
la Scozia potrebbe sfruttare la Brexit per cercare una nuova possibilità di indipendenza;
il Québec non ha ancora detto l’ultima parola al Canada;
a Hong Kong c’è per la prima volta un movimento indipendentista;
il Tibet e lo Xinjiang sarebbero ben contenti se Pechino li lasciasse fare.
E la lista non è certo completa.

Pochi i ‘divorzi di velluto’
Tutti casi distinti, legati a una storia politica, a guerre e conquiste a volte lontane nel tempo, tutti caratterizzati da un’aspirazione profonda all’autodeterminazione, da quel sentimento nazionale eredità del diciannovesimo secolo che nessuna globalizzazione è riuscita e superare.
Mai superata la volontà di comunità etniche, linguistiche e culturali a rivendicare il diritto di ritrovarsi tra di loro, oppure -scrive Haski- a mettere fine a dei matrimoni non sempre felici e voluti.
Aspirazioni che appaiono in genere legittime rispetto alla storia, ma che ogni volta provocano caos, tensioni, minacce di guerra. Decisamente rari sono i “divorzi di velluto” come quello tra i cechi e gli slovacchi nel 1992, che convivono ormai in modo pacifico nell’Unione europea.

Kurdistan caso esemplare
L’aspirazione all’indipendenza dei curdi è storia di un popolo. Rivendicazione politica organizzata dal trattato di Sèvres del 1920, fine della prima guerra mondiale, quando le potenze vincitrici promisero uno stato alla minoranza curda, da far nascere sulle macerie dell’impero ottomano. Impegno tradito, e da allora un secolo di lotta. I curdi, circa 40 milioni dispersi in Iraq, Iran, Siria e Turchia, Paesi che hanno in comune solo la volontà di opporsi a uno stato indipendente curdo alla loro frontiera. Le formazioni combattenti curde sono state decisive nella guerra a Isis tra Siria e Iraq. Eppure, anche chi non nega la legittimità dell’aspirazione curda a uno stato, è contrario al referendum sull’indipendenza del discusso presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno Masud Barzani.

In coda per il voto in Kurdistan

Realpolitik e aspirazioni ideali
L’autodeterminazione, in realtà implica molto di più di una questione di princìpi. E ancora una volta i curdi rischiano di farne le spese, col rischio di una nuova guerra. C’è chi si oppone perché la guerra a IS. Altri che più concretamente temono una destabilizzazione di tutta la regione con iniziative simili prese dai curdi di Siria, Turchia e Iran, che condividono legittimamente lo stesso sogno statale. Lo Stato iracheno infine, che rifiuta di perdere una parte del suo territorio, ma soprattutto la regione di Kirkuk, ricca di petrolio e contesa tra curdi e arabi. A voler aggiungere malizia in casa curda, c’è poi chi contesta il potere di Barzani e lo accusa di strumentalizzare la causa indipendentista per consolidare il potere di un’amministrazione caratterizzata da corruzione nepotismo.

Ue e questione catalana
Improbabili rischi di guerra sul referendum in Catalogna, ma tensioni politiche ancora più complesse e certamente gravide di problemi in casa occidentale. Alla base della richiesta di secessione oggi, il mancato riconoscimento della Spagna come Paese ‘plurinazionale’. Dal 2010 la spinta dei nazionalisti catalani, e il rifiuto costituzionale di Madrid. Non essendo riusciti a ottenere che la Spagna si dichiarasse Paese “plurinazionale”, dal 2010 i nazionalisti catalani stanno facendo pressione per ottenere il diritto all’autodeterminazione. Il governo centrale, che ha competenza sulla questione, ha rifiutato di concedere questo diritto e ha dichiarato incostituzionale l’organizzazione di un referendum. Le spinte democratiche e indipendentiste di Barcellona in contrasto con le regole costituzionali che proteggono per prima cosa lo stato centrale.

Il micro-nazionalismo
Anche nel caso della Catalogna nessuno incoraggia la via dell’indipendenza, anche se loro assicurano di voler rimanere nell’Unione europea e di volere buone relazioni con una Spagna “paese vicino”. L’esempio ex Jugoslavia come incubo. Le sei repubbliche indipendenti, ma in mezzo il Kosovo a mano armata e la Bosnia-Erzegovina -serba, croata e musulmana- dove le popolazioni continuano a vivere tra forti tensioni. Tutti i paesi che hanno al loro interno delle forti minoranze o delle regioni poco integrate temono il fenomeno centrifugo indipendentista. La Spagna non a caso non riconosce l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia. La Cina, pensa al Tibet e Hong Kong, mentre si espande sulle isole del mar cinese. O Putin che si prende indietro la russa Crimea dall’Ucraina fuggita ad ovest.

Gli atlanti da buttare
Joshua Keating, autore di un libro di prossima pubblicazione sui “paesi invisibili”, in un articolo sul New York Times sostiene che la carta del mondo attuale è “ben lontana dall’essere perfetta”. In affetti, quando la forma, la realtà dei Paesi è stata disegnata da persone che non ci vivono (Post Imperi e colonizzazioni), di solito questa divisione non funziona molto bene. Pierre Haski, scettico sulle affermazioni di questi movimenti indipendentisti, ammette che il mantenimento dei paesi nelle loro frontiere attuali sia necessariamente un buon principio. «Dovremo quindi abituarci a ridisegnare i nostri atlanti ogni due o tre anni, in funzione della nascita di nuovi paesi? Che lo si voglia o meno, sarà probabilmente inevitabile». Il vero problema è sapere se il fenomeno potrà essere regolato, negoziato, o se dovrà invece si accompagnarsi una certa quantità di forse e di violenza.
Domenica in Catalogna vedremo.

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