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domenica 15 Settembre 2019

La Cina sfida le agenzie di rating, troppa mafia e poca analisi

Moody’s e Standard&Poor’s abbassano la valutazione sull’economia cinese e Pechino di arrabbia. Esaminatori da bocciare. Moody’s aveva attribuito un punteggio altissimo alla Lehman Brothers poco prima del suo clamoroso fallimento. Oligopolio mondiale dei giudizi (addirittura il 95%), senza essere né infallibili, né neutrali.
Michele Marsonet sull’economia cinese alla vigilia del 19°congresso del PCC.

Per la seconda volta nello spazio di pochi mesi le agenzie internazionali di rating hanno abbassato il giudizio sul credito sovrano della Cina. Prima l’ha fatto Moody’s e ora tocca a Standard&Poor’s, che lo porta da AA- a A+ (si noti che allo stesso tempo è saltata la tripla A di Hong Kong). In Italia ci siamo abituati, ma la reazione Pechino è stata molto dura. E, infatti, la quotazione dello yuan ne ha subito risentito.
In sostanza, hanno affermato le autorità finanziarie della Repubblica Popolare, le agenzie sbagliano di grosso poiché il loro giudizio non tiene conto che la crescita dell’economia cinese è ricominciata dopo un periodo di relativa stagnazione, tanto che nel 2017 si è registrato un +6,9% rispetto all’anno passato (una percentuale addirittura impensabile in Occidente), e le prospettive appaiono quindi assai favorevoli.

La motivazione ufficiale del downgrade risiede nella preoccupazione che l’aumento del debito sovrano del colosso asiatico finisca per andare fuori controllo, innescando bolle finanziarie che in Europa e Stati Uniti sono ben conosciute. La Cina, tuttavia, continua a seguire questa strada giacché ha bisogno degli incentivi alimentati dal credito per conseguire gli obiettivi ufficiali di crescita che il governo (leggasi il partito comunista) si è posto.
Le considerazioni da fare sono essenzialmente due. La prima, già avanzata da numerosi analisti occidentali, è che le agenzie commettono spesso clamorosi errori. Moody’s, per esempio, aveva attribuito un punteggio altissimo alla Lehman Brothers poco prima del suo clamoroso fallimento, che poi diede il via alla più grave recessione finanziaria del dopoguerra. Sono tutt’altro che infallibili queste agenzie, eppure continuano a godere di un’incredibile onnipotenza: i loro giudizi sono spesso in grado di mettere in ginocchio intere nazioni.

Le tre agenzie più famose, quelle sopra menzionate e Fitch, detengono una sorta di oligopolio della quota di mercato mondiale dei giudizi (addirittura il 95%), e le loro analisi vengono profumatamente pagate dalle società e dagli Stati che emettono titoli obbligazionari. E neppure sono istituzioni neutrali, poiché alla loro guida ci sono uomini e realtà che hanno interessi specifici e che sono particolarmente sensibili all’andamento del mercato e alle relative quotazioni di titoli azionari e obbligazionari. Insomma un bel pasticcio, e non c’è da stupirsi che le loro attività siano sottoposte a costanti critiche.
E veniamo ora alla seconda considerazione, forse ancora più importante della prima. Tralasciando le reazioni ai giudizi negativi di Moody’s e S&P’s, è chiaro che la Cina si trova ora di fronte a un bivio. Dopo la vittoria di Deng Xiaoping, abbiamo assistito allo strano caso di questo enorme Paese dove, da un lato, il partito comunista mantiene il monopolio assoluto del potere politico, lasciando però che buona parte del mondo economico e finanziario perseguisse obiettivi di capitalismo puro (o “selvaggio”, come molti preferiscono definirlo).

I nodi, però, prima o poi vengono al pettine, anche se il PCC insiste sul fatto che questa strategia sta portando la Cina a realizzare un nuovo modello di sviluppo, avendo sempre quale obiettivo finale il socialismo. Ai tanti dubbiosi la dirigenza cinese non è mai riuscita a fornire risposte soddisfacenti.
Da notare, infine, che siamo alla vigilia del 19° congresso del PCC, proprio quello che dovrebbe sancire in modo definitivo la leadership assoluta di Xi Jinping, magari consentendogli un allungamento del mandato per ora non previsto dallo statuto del partito. Vi sono segnali che Xi intenda, entro certi limiti, recuperare l’eredità di Mao. Non a caso si sta procedendo a implementare la crescita delle Scuole (o Accademie) di marxismo presenti in tutte le università del Paese, togliendole dal torpore soporifero in cui hanno sinora operato.

Resta però da capire quale successo possano avere simili operazioni quando i giovani cinesi sono sempre più occidentalizzati, costantemente attaccati allo smartphone e più disposti ad ammirare le case di moda e le auto di lusso che ad ascoltare i discorsi sulla Lunga Marcia e la vittoria del partito nel 1949. Sarà questo, indubbiamente, il nodo principale che Xi e il suo gruppo dirigente dovranno sciogliere.

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