• 19 Febbraio 2020

Kurdistan, sogno che minaccia tempesta

Erbil, prossima capitale della prossima Repubblica del Kurdistan, quando sarà. Cerchiamo di impararlo quel nome, perché sarà da subito nuova protagonista nel travagliano mondo del vicino Oriente. Se volete, potete anche chiamarla Irbil in arabo, o Arbīl in curdo, e già su come chiamarla si litigherà presto. Comunque, da stamane, nella ‘provincia kurda dell’Iraq’ -la corretta definizione sino ad oggi- o ‘Kurdistan iracheno’ se preferite, operazioni di voto per 5,3 milioni di elettori curdi per uno storico referendum sull’indipendenza da Baghdad, dalle conseguenze imprevedibili, sia per l’Iraq che per gli altri paesi dell’area, a cominciare dalla Turchia.

Risultato certo conseguenza imprevedibili

Il referendum non ha in realtà un valore legale vincolante, ma è una spallata all’unità dell’Iraq. Ne sono convinti a Bagdad dove, il primo ministro Haider al-Abadi, ancora alla vigilia del voto ha alzato i toni dello scontro in un “discorso alla Nazione” in tv. «Una decisione unilaterale che va contro la Costituzione e la pace sociale», ha dichiarato Abadi, che ha promesso, «Prenderemo le misure necessarie per conservare l’unità del Paese».

Replica da Erbil il presidente della ‘regione autonoma’ (tra le tante somiglianze anche nominali con la Catalogna), Masoud Barzani ha detto che l’Iraq è ormai “uno Stato settario”: «L’indipendenza ci permetterà di non ripetere le tragedie del passato». Barzani ha poi chiarito che una vittoria del sì non significherà una dichiarazione immediata di indipendenza, e che i negoziati con il governo centrale continueranno forse ancora per due anni al fine di trovare una soluzione ai contenziosi aperti, primo fra tutti la gestione delle risorse petrolifere.

Il controverso referendum di Barzani

Alla separazione del Kurdistan dall’Iraq si oppongono in maniera netta quasi tutte le potenze regionali e internazionali, tranne Israele. Si vota anche nella regione contesa di Kirkuk, ricca di petrolio e in parte controllata dalle milizie curdo-irachene. Si vota anche in altre zone contese, come alcuni distretti di Ninive, di cui Mosul è capoluogo, e altri della regione orientale di Diyala con popolazioni non curde, tra cui turcomanni, assiri e arabi. Il referendum potrebbe avere conseguenze imprevedibili, sia per l’Iraq che per altri Paesi dell’area, a cominciare dalla Turchia, preoccupata sulla ‘sua’ minoranza curda, concentrata nel Sud-est del Paese.

Voluto dal presidente della regione autonoma curda Massoud Barzani e promosso dal suo PDK, il Partito Democratico del Kurdistan, la consultazione popolare in realtà non è appoggiata da tutte le forze politiche. Non piace in particolare all’Unione patriottica del Kurdistan (Puk) che nelle ultime settimane non si è certo spesa per la mobilitazione degli elettori. Il problema non è l’idea in sé dell’indipendenza, che raccoglie un trasversale favore, ma lo stesso Barzani. Presidente del Kurdistan dal 2005, Barzani ha già ottenuto due proroghe del suo mandato, scaduto da oltre quattro anni. Prossime presidenziali, forse, il primo novembre.

Remocontro

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