lunedì 23 ottobre 2017

Bruttezze e degrado quotidiani, finte emergenze per assolverci

Polemos attraversa i luoghi della bruttezza. Luoghi comuni, spesso autoassolutori, dove il mostro dell’epoca affonda le radici. Percorso sul sentiero accidentato delle frasi fatte e degli slogan. La resa totale, incondizionata, che va al di là della stessa indifferenza di cui spesso si parla per mettere a fuoco il vuoto culturale in cui stiamo precipitando. Una resa di fronte alla banalità del buon senso comune, che si esercita sul terreno di quei sentimenti e pensieri democraticamente accettabili, condivisibili, informati, che si fa dogma. Scrittura sovversiva sul filo dell’utopia concreta.

Mentre si discute di sicurezza e legalità, di decoro e violenze, con quel pizzico di razzismo fascistoide che galleggia come un turacciolo sui flutti della società, abbiamo assistito, nel breve volgere di poche settimane, alla più catastrofica estate di siccità e incendi e alle devastanti alluvioni da codice rosso. E l’estate è appena finita.
Non si parla d’altro. Ed è giusto così. Viviamo di emergenza ed è sull’emergenza che l’informazione fa presa, senza troppo affondare il colpo sulle cause. “No, non è vero”, mi contraddice un amico e collega. Dietro gli incendi c’è la mano della criminalità organizzata. Il mio interlocutore ha una certezza ben radicata sul fatto che lui è un uomo informato. D’altra parte è ovvio, dice basandosi sulle argomentazioni giornalistiche televisive, come un mantra astratto e indiscutibile. Perdo la spiegazione del perché sarebbe ovvio, perché prendo a riflettere sull’assuefazione alle frasi fatte e agli slogan, su quell’elemento di resa totale, incondizionata, che va al di là della stessa indifferenza di cui spesso si parla per mettere a fuoco il vuoto culturale in cui stiamo precipitando. Una resa di fronte alla banalità del buon senso comune, che si esercita sul terreno di quei sentimenti e pensieri democraticamente accettabili, condivisibili, informati, che si fa dogma.

Brucia una collina: è la mafia che vuole avvertire o costruire. Crolla la collina, si allagano le città, è sempre la mafia: quella della politica, degli affari, delle camarille. Quindi noi uomini e donne del consesso civile non abbiamo alcuna colpa, non ce l’hanno neanche le istituzioni democratiche, se questo è il metro di giudizio, ma qualcosa che agisce al di sopra o al di sotto della coscienza di tutti noi, che siamo di diritto assolti.

Inciso: leggete bene fino in fondo, non intendo dire che non esiste la mafia e che il problema sia il traffico. Incendi, dissesti ambientali, alluvioni o frane in combutta con criminalità organizzata sono pretesti per affrontare lo scomodo tema del “luogo comune” che fa tanto bene al giornalismo e alla politica e tanto male alle ragioni dei cittadini. Quel luogo di certezze assolute e indiscutibili che ci ha fatto accettare ogni forma di guerra, declinata linguisticamente in preventiva, chirurgica, umanitaria, giusta, santa, contro il terrorismo… Che ci fa accettare come inevitabile ogni progresso che devasta il pianeta, che ci spinge a subire le conseguenze come se fossero problemi nati il giorno stesso, quindi da affrontare con l’improvvisazione che siamo abituati a vedere, figlia di un intreccio potente tra cultura dell’emergenza e slogan politico declinato mediaticamente. Basta pensare alla questione dei migranti. Alla siccità così come alle alluvioni. Alle speculazioni, alla sicurezza, alla legalità e al decoro…

Qualche giorno fa ero a cena in un locale pubblico con giardino in provincia di Roma, zona tiburtina. Entrano dei giovani, uno del gruppo tira l’ultima boccata dalla sigaretta e con gesto preciso lancia il mozzicone acceso dentro uno splendido vaso di coccio con dentro una pianta. Per il cittadino autore del gesto una pianta equivale a un posacenere, il verde del giardino a qualcosa di utile solo per gettare rifiuti.
Voi direte: che c’entra con la mano della mafia dietro gli incendi? Niente. Ma uscendo da quel locale e percorrendo le strade tra Tivoli Terme e Guidonia ho notato che ogni albero rappresenta un’occasione di discarica. Ogni spazio verde disponibile era pieno di sacchetti di plastica con evidente immondizia. Rovi lungo le carreggiate e un senso di abbandono diffuso. Quindi quel ragazzo, gettando il mozzicone nel vaso della pianta ha perfettamente interpretato il senso dell’abitare in queste parti del mondo, dove il bene comune non esiste se non per essere saccheggiato da chi è più furbo o più criminale.
L’incuria per i luoghi del nostro abitare rappresenta la prima forma di bruttezza mafiosa. La passività civile di fronte a questa bruttezza e a questa discaricopoli rumorosa è un crimine vero.

Allargo l’orizzonte e vedo che dove c’era un bosco di pioppi ora c’è un parcheggio. Case ovunque, disseminate nel cuore di uno dei territori più belli e storici della provincia, devastato da decenni di cementificazione selvaggia, da una teoria di strade asfaltate inutili. Senza un pensiero, come se la progettazione urbanistica fosse stata affidata a Sbirulino. E magari fosse andata così: Sbirulino, a casaccio, avrebbe pianificato meglio di chi ha messo in ginocchio un territorio seguendo solamente le linee guida del profitto di alcuni alla faccia di tutti gli altri.

Penso quindi agli incendi e alla mano distruttiva della criminalità organizzata e dico che qui, in mezzo a tutta questa miseria culturale, a monumenti penosi che narrano il vuoto di idee, non c’è più neanche un lembo di bosco da incendiare. Tutto è stato già asfaltato, e malamente. Più o meno in piena legittimità dalle amministrazioni che non si sono fatte scrupoli.

Già, gli scrupoli che cosa sono? Pensare a un territorio come a un luogo dove vivere tutti insieme? Difendere l’arte, la bellezza dalle ruspe dei costruttori, dall’apertura di nuove strade, dalle cave che hanno ingoiato la natura, dai fumi di cemento e degli inceneritori?

“Se una società ruota attorno al potere esercitato dalla ricchezza privata, è inevitabile che ne assorba i valori, ossia l’avidità e il desiderio di ottenere il massimo guadagno personale a spese degli altri. Ora, se a fondarsi su quel principio è una società globale, allora essa punta dritto verso la distruzione di massa”. Scrive Noam Chomsky, guardando le lande desolate di questa zona della provincia, penso che almeno su questo sono all’avanguardia. La sperimentazione di tecniche di distruzione di massa sono state efficacissime. Laddove non arriva mondezzopoli, arriva l’aria pestifera che si respira. Roba che c’è da sperare che ci sia del cemento nelle nuvole di tanfo, tanto per disinfettarle un po’.

La mafia esiste, ovvio, con la sua storia ramificata anche nel territorio, con le infiltrazioni e i colletti bianchi insospettabili. E talvolta gli interessi della criminalità organizzata armano l’accendino di qualche piromane. O animano le follie dei piani regolatori, chissà. Ma la distruzione sistematica del Paese è un’altra storia. Rappresenta il segno della nostra sconfitta politica, della stupidità di una generazione di rivoluzionari che avrebbero dovuto e potuto cambiare il mondo (partendo dal proprio quartiere) e si sono appecoronati di fronte alla narrazione sinuosa e plastificata di chi – per indole e possibilità economiche – aveva ed ha solamente il fine del profitto. Costi quel che costi, agli altri. Cito una battuta dello scrittore Gianfranco Marelli, commentando una recente sentenza capitolina: non è mafia capitale, la mafia è il capitale. Gioco di parole che induce a riflettere. E sporgendosi sull’osservatorio della zona est romana, si può capire bene che cosa possa significare questa applicazione estrema, come unico valore, del massimo profitto personale alla faccia del bene comune.

La bruttezza è dilagante, angosciante nelle sue declinazioni cementificatrici e affaristiche, inquina la qualità del vivere civile. Scrive Silvia Calamandrei, nipote di Piero, commentando “Architettura e democrazia” di Salvatore Settis: “Bellezza, decoro, dignità della città e disegno armonioso delle campagne erano tematiche ricorrenti nell’Italia dei comuni, e ne abbiamo una splendida raffigurazione negli affreschi di Ambrogio Lorenzetti. Esiste una tradizione civile italiana che coniuga armonia e uso sapiente dello spazio, che rischia di essere ormai travolta dall’urbanizzazione selvaggia, dalla implosione della forma città e dei suoi confini, dallo sprawling delle megalopoli. Solo un intreccio di competenze che coniughi paesaggio territorio ed ambiente può contrastare una deriva che sta erodendo le nostre forme di convivenza.
Il confine esterno della città, ben segnato negli affreschi del Lorenzetti, si perde ormai nella espansione a macchia, mentre nuovi confini si creano all’interno della città stessa dividendo i ricchi e i poveri, gli abitanti delle favelas e dei ghetti urbani e i privilegiati che vivono in citta delle sorvegliate e quartieri residenziali recintati (gated communities). Avanzano i suburbi e si espandono i non luoghi, dai centri commerciali ai megaparcheggi: spazi dell’indecisione, terra di nessuno, zone grigie.
Rischia di perdersi il capitale civico, il codice dello spazio e della dignità abitativa, l’identità culturale e dialogica che lo spazio ben gestito ed equilibrato dovrebbe garantirci, mentre occorre trovare un quid medium tra immobilismo ambientalista e immobiliarismo liberista sfrenato”.

Leggendolo è chiaro che parla di noi, anche di noi. Non di mafiosetti come marzianetti apparsi per caso a fare danni mentre noi cittadini, belli e buoni, ci occupavamo del decoro e della legalità come finzioni sceniche. Se accettiamo di vivere nella terra di nessuno, tra immondizia e incendi che la bruciano, tra cemento per terra e nell’aria, dove ogni volta che cadono due gocce si allaga tutto, senza dignità civile, meritiamo la bruttezza etica ed estetica in cui viviamo. Se riserviamo l’energia della rivoluzione ai like su facebook, scaricando le colpe sui “cattivi codificati”, nella convinzione di aver capito tutto perché seduti sul divano davanti alla tv ci ripassiamo le gomorre, le suburre, le pacchianate recitate da pariolini che si fingono borgatari, meritiamo di passare la vita nei centri commerciali, andando la domenica pomeriggio a passeggiare davanti ai giardini sorvegliati e recintati dei ricchi. A cercare di scoprire se ne vediamo uno affacciato.
Questo codice feroce di ignoranza priverà i nostri figli e le generazioni che verranno di ogni straccio di futuro, di alberi, di prati, di quel principio del bene comune che arriva dalla nostra storia, che dovrebbe aiutarci in una battaglia per la verità e la bellezza degli ideali, per il vantaggio di tutti noi che subiamo questo “incantamento mediatico” e ogni forma di narrazione tossica che rassicura l’oggi e distrugge il domani.

Sogno un mondo alla rovescia. Ho visto nel Tepotratos di Monticchiello una quercia poggiata sui rami, con le radici nel cielo. Il Teatro Popolare Tradizionale Toscano ha il suo museo in un granaio del 1700 , al centro del paese. Questo granaio, acquistato dalla cooperativa del Teatro Povero, era di proprietà di una fattoria della Val d’Orcia: un riscatto storico. Il luogo “che per secoli aveva visto consumarsi la fatica dei mezzadri, veniva infatti restituito alla collettività”. Impensabile che attraverso l’arte, la poesia, si potesse rovesciare la visione del mondo, rendere concreta l’utopia.  Ma è così.
Sottovalutati dai media tradizionali, non imbarbariti dalla narrazione tossica che spegne fantasia e passioni e accende il codice più oscuro, ignorante e razzista, esistono luoghi dell’abitare in cui la comunità – per consuetudine come segno di civiltà – agisce fuori dal tempo mediatico. Ma opera nel tempo dell’etica umana.
Sogno un rovesciamento del senso comune, per il dissenso contro il consenso che non può essere, insieme al denaro, l’unico fine dell’esistenza. Successo, consenso, arricchimento. Con gli effetti che vediamo di disumanizzazione, perdita di coscienza civile, abbrutimento. Occorre uscire da questo loop mediatico, ripensando l’abitare in senso geografico e filosofico. Recuperando una narrazione dei luoghi, come difesa e coscienza, con meno senso comune. Senza frasi fatte, senza quell’altezzosità, della politica e del giornalismo, che sembra sempre rimproverare il cittadino/lettore, quello che non capisce e va indottrinato a colpi di emergenze e bufere. Celando dietro schermi semantici azioni scelleratissime e quotidiane.

Non è che sia così facile, anzi forse proprio non lo è. Ma adeguarsi, a fronte di quello che abbiamo davanti agli occhi, che senso ha? I nostri padri si sono battuti per la libertà e la democrazia di tutti. Noi dovremmo far finta di niente ed eleggere a nostro rappresentante il lanciatore di cicche nel vaso dell’unica pianta verde? Io, a dire il vero, preferisco di no. E non me la sento di guardare altrove. È magnifica la terra dove abitiamo, la rivoluzione comincia da questa consapevolezza, dalla generosità che mostriamo per le generazioni che verranno. E dalla cura e dall’attenzione per luoghi e persone, come prime due forme di generosità.

PS
Scritta nel museo Tepotratos:
“Quando vorrai vedermi
Guarda nel tuo cuore e mi vedrai,
perché non c’è morte per i viventi
e noi siamo rami della medesima pianta
che ha le radici nel cielo”.

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