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martedì 19 20 Novembre19

Altalena coreana, missili+minacce, ma è ancora diplomazia

La crisi coreana oscilla tra gli “stop and go” della diplomazia e le esercitazioni militari. Tutti preparano i missili, anche il Giappone. Le esibizioni di muscoli e i timori nascosti sui veri fronti del possibile conflitto

Le lingue s’imbrogliano e le sciabole tintinnano. La crisi nordcoreana basculla, in modo sempre più accelerato, tra due opzioni: una, quella diplomatica, finora clamorosamente sconclusionata; l’altra (quella militare) troppo rischiosa per essere presa in considerazione. Certo, Trump e compagnia non ci stanno facendo una gran figura, dal momento che Kim Jong-Un gli ultimatum se li mangia a colazione. E all’Onu le chiacchiere si sprecano.
D’altro canto, pensare a un attacco preventivo contro Pyongyang, significa giocare alla roulette russa. Seul e Tokyo potrebbero diventare capri espiatori di Kim che, prima di farsi sotterrare di missili e superbombe, troverebbe di sicuro il modo di vendicarsi, lanciando qualcuna delle sue atomiche superstiti. Sulla Corea del Sud e sul Giappone, per chi ancora non ci fosse arrivato.

Proprio per questo i nipponici hanno annunciato di avere dislocato dei “Patriot-3” (missili-antimissile) di ultima generazione nell’isola di Hokkaido, ad Hakodate. La batteria si trova posizionata lungo le traiettorie seguite dagli ultimi due Hwasong-12 lanciati da Pyongyang. In effetti, i “Patriot” sono dei missili da “secondo colpo”, da utilizzare se l’altro sofisticato sistema nipponico (lo “Standard” 3) dovesse fallire dell’intercettazione dei vettori balistici di Kim, quando viaggiano ancora nella stratosfera.
Altri “Patriot3” sono stati recentemente installati a Hiroshima e in altre Prefetture nell’ovest del Paese. Il Ministro della Difesa, Itsunori Onodera, ha dichiarato che la decisione rientra in un piano di autodifesa che sarà ampliato.

Insomma, si continua a parlare, ma ognuno si prepara al peggio. Perché la diplomazia arranca. Quindi? Navigazione a vista, per ora, col pericolo di naufragare sugli scogli degli egoismi nazionali. Cina e Russia stanno cercando di sfruttare la crisi, tirando la coperta dal loro lato. Anche se Pechino deve stare attenta a non esagerare: Trump potrebbe vendicarsi con qualche giro di valzer protezionistico, chiudendo in qualche modo i rubinetti dell’import.
Putin, invece, dovrebbe ricordarsi che, in caso di patatrac, le possibili conseguenze (radioattive) arriverebbero fino a Vladivostok. Si diceva delle esibizioni muscolari dei protagonisti, ansiosi di lanciare messaggi di sguincio. Nel caso specifico, parliamo di Stati Uniti e Corea del Sud da un lato, e Russia e Cina dall’altro.

In campo voli di F-35 (caccia Usa di ultimissima generazione), bombardieri strategici B-1B (che imbarcano bombe atomiche) e caccia sudcoreani F-15. È previsto, a breve, l’arrivo di un poderoso gruppo navale americano che, con la flotta di Seul, terrà esercitazioni congiunte al largo delle coste della Corea del Nord. Ma nemmeno Mosca e Pechino perdono tempo: manovre navali delle due flotte (anche queste congiunte) sono in corso al largo di Vladivostok, proprio nei pressi delle acque territoriali di Kim.
L’ultima “chicca” in ordine di tempo, tanto per finire in gloria, l’ha data il Ministero della Difesa sudcoreano: Kim potrebbe molto presto avere a disposizione un “ICBM” (missile intercontinentale) in grado di arrivare lontano. Molto lontano. Trump e la California sono avvisati.

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