La Nobel Suu Kyi si fa lo sconto, Rohingya colpiti solo un po’

Aung San Suu Kyi rompe il silenzio ma non convince
La leader birmana e premio Nobel per la pace ha detto che la maggior parte dei villaggi abitati dalla minoranza musulmana dei Rohingya in Birmania non sono stati fatti oggetto di violenze, e ha invitato i diplomatici a visitarli. La ‘maggior parte’ forse no, ma una ‘buona parte’, sì. Sull’andare e verificare, è quasi beffa. La Missione internazionale d’inchiesta sulla Birmania del Consiglio Onu sui diritti umani ha chiesto un accesso illimitato al Paese, sino ad oggi impedito.

La Nobel della Pace e ora leader birmana Aug San Suu Kyi, doppio ruolo, parla per la prima volta di fronte ai diplomatici stranieri e alle massime autorità militari del Paese, nella nuova capitale Nayipydaw. Parla la leader politica che prova a giustificare il suo Paese dopo le accuse delle Nazioni Unite per le persecuzioni contro l’etnia islamica Rohingya nello stato dell’Arakan, o Rakhine. Forzature politiche evidenti da subito. Invita i rappresentanti esteri a verificare di persona la situazione per smentire le peggiori accuse al suo Paese. Peccato che i luoghi dei massacri siano interdetti a tutti, tanto da spingere a Missione d’inchiesta sui diritti umani dell’Onu ha chiedere con forza, un “accesso illimitato al Paese”.

Nell’attesa di accertamenti internazionali e interni, riconosce le cifre mostruose di oltre 400mila esuli nelle sole ultime settimane; oltre 800 mila da meno di un anno a questa parte. Suu Kyi ha promesso a riaccogliere i fuggitivi, “ma sulla base dei parametri stabiliti nel 1993”, ovvero durante il regime dei militari, principali responsabili di quella che il segretario generale delle Nazioni Unite ha definito senza mezzi termini una “pulizia etnica”. La leader del governo che resta ‘sotto tutela’ dei militari, fa qualche promessa ma resta prigioniera della parte violenta della Birmania. Durante i 37 minuti del suo intervento a parlata di “musulmani” e non Rohingya, parola che in Birmania ufficialmente non esiste, come viene negato esista un popolo con nome, dignità e diritti.

«La nostra è una democrazia giovane e fragile, dopo oltre mezzo secolo di regime autoritario», prova a giustificare, ricordato i numerosi conflitti in corso non solo nell’Arakan ma anche nell’est del Paese, riferendosi alle guerre di indipendenza in corso nello Stato Kachin e Shan. Di fatto, la premio Nobel, fortemente criticata da numerosi gruppi dei diritti umani suoi ex sostenitori e perfino da altri Nobel della Pace, cerca di prendere tempo chiedendo la comprensione della comunità internazionale e dei concittadini che ancora la supportano in massa, per le difficoltà dei suoi tentativi di “riportare pace, stabilità e promuovere lo sviluppo” durante questa transizione democratica cominciata “meno di 18 mesi fa” con le elezioni del 2015.

Suu Kyi fa la vittima e denuncia una sorta di ‘strategia delle tensione’. Nessuna denuncia diretta, ma l’ombra del sospetto vesta le tuta mimetica. Un anno fa l’annuncio del piano di sviluppo e pace davanti all’Assemblea delle Nazioni, e contemporaneamente, l’inizio delle ostilità, datate al 9 ottobre del 2016. Gruppi armati Rohingya o provocatori che fossero, esplode il conflitto civile latente. Morti, distruzione e la fuga di molte persone in Bangladesh. Da allora un inseguirsi di violenze e fughe di civili disperati. La Lady ha promesso una indagine severa per stabilire se ci sono state violazioni e da parte di chi, anche se “tutto dovrà essere basato su prove evidenti prima di intraprendere ogni azione”. Ne siamo certi. Birmania notoriamente garantista.

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