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martedì 15 Ottobre 2019

Muscoli esibiti guerre evitate?

Esibire la propria forza, ‘mostrate i muscoli’ per dissuadere da azioni armate altrui, o la stessa prova di forza a provocare l’azione contro. Troppe manovre militari contrapposte oggi, rispetto a ciò che ci insegna la storia. La VI flotta Usa che nel 1946 arriva nel Mediterraneo. Le ‘Cannoniere’ occidentali esibite in Oriente e sud America. La provocazione piemontese nella II guerra d’indipendenza, 1859, a spingere l’Austria ad attaccare e perdere la guerra.

«Mostrare i muscoli» è un’espressione conosciuta e diffusa che allude all’esibizione di forza militare per far cambiare idea a qualcuno. In generale non si tratta mai però di un’operazione facile e i rischi connessi sono molti. Qualche volta la minaccia appare velata – accompagnata da abili azioni diplomatiche –, ma altre volte è più esplicita e diretta, né sembra lasciare spazio ad eventuali trattative. Ad esempio, dal 1946, da quando cioè la VI Flotta della marina militare degli Stati Uniti fece la sua comparsa ufficiale in Mediterraneo, la presenza di navi da guerra e portaerei in determinate crisi si è spesso rivelata determinante. Agli inizi della guerra fredda, durante la guerra civile greca, la presenza americana significò con chiarezza che la Gran Bretagna si sarebbe ritirata, ma l’Occidente avrebbe continuato comunque a contrastare la presenza sovietica.

Il Mediterraneo infatti era una parte del globo dove non era possibile stendere una ‘cortina di ferro’ come era avvenuto tracciando un confine terrestre in Europa orientale e quindi risultava molto più instabile, soprattutto nella sua parte orientale che corrisponde tra l’altro al Medio Oriente. Inviare una forza navale a svolgere ‘esercitazioni’ davanti alla costa di qualche paese recalcitrante significava indurlo a più miti consigli e la cosa di solito funzionava. Il metodo infatti era antico e collaudato: nell’Ottocento e fino alla Prima guerra mondiale le potenze occidentali esercitarono le loro pressioni sui pochi paesi sud americani o asiatici non soggetti al diretto dominio coloniale per mezzo della ‘politica delle cannoniere’. In qualche caso però l’esibizione della forza non bastò e si ricorse alla fase successiva: nel 1958, nel corso di una crisi in Libano provocata dalla tensione con milizie filo egiziane e l’esercito libanese, ci fu un vero e proprio sbarco di forze militari americane, ma si evitò tuttavia una guerra più estesa.

Ci furono però altri casi in cui il rafforzamento o l’esibizione di strumenti militari furono invece voluti proprio per fare precipitare ad arte la situazione e provocare un conflitto. Un caso dimenticato, ma molto interessante, riguarda l’origine della nostra II guerra d’indipendenza, combattuta dal regno di Sardegna e dall’impero francese contro l’Austria nel 1859. Come è noto infatti, sebbene dopo la guerra di Crimea il piccolo Piemonte avesse ottenuto di sedere al tavolo delle potenze europee, l’Austria si sarebbe potuta scacciare dall’Italia solo con una guerra, ma in questo caso non doveva essere una guerra di aggressione. Per ottenere appoggio dal concerto europeo – soprattutto dalla Francia alleata– avrebbe dovuto essere l’Austria a compiere la prima mossa.

Cavour cominciò apertamente a rafforzare l’armata piemontese e far svolgere addestramenti ai volontari che numerosi da ogni parte d’Italia accorrevano ad arruolarsi in Piemonte. L’Austria inviò allora come rinforzo alle guarnigioni in Lombardo-Veneto un corpo d’armata senza capire che la mossa era prevista ed anzi desiderata e che non avrebbe per nulla intimorito il Piemonte. Anzi Torino richiamò cinque classi di congedati. Nel frattempo, nonostante la possibilità di una trattativa, l’Austria inviò un ultimatum al Piemonte chiedendo di smobilitare in tre giorni. Fu l’errore tanto atteso da Cavour e la Francia si schierò con il paese aggredito. Perfino Metternich, architetto del congresso di Vienna e dominatore della politica dell’impero d’Austria per trent’anni, sebbene fosse vicino alla fine (morì infatti nel giugno 1859), espresse il suo rammarico per una mossa tanto avventata che aveva finito per fare il gioco dell’avversario.

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