giovedì 21 settembre 2017

Israele Iran prove di guerra in Siria

Si moltiplicano gli incidenti prologo di una guerra sotterranea mai dichiarata ma da sempre minacciata. E i nuovi scenari rischiano di indebolire l’ultima offensiva contro l’Isis che ringrazia

Si scrive Siria, ma si legge Iran. A Gerusalemme l’hanno capito da un pezzo e si attrezzano di conseguenza. Per questo Israele ha avviato una gigantesca esercitazione militare, come non si vedeva da vent’anni, sul Golan e in Galilea. Secondo quanto si è saputo, nell’imponente operazione sono impiegate decine di migliaia di uomini: aerei, reparti blindati, riservisti, commandos e unità di intelligence, che simulano un’invasione in profondità del sud del Libano, lungo il fiume Awali.

In mezzo a tutto questo polverone emergono episodi di “guerra non dichiarata”. Prima il misterioso raid di Masyaf, dove un compound sospetto, probabilmente indirizzato alla produzione di armi chimiche, è stato semidistrutto da caccia-bombardieri israeliani. Ora i “rumors” (di fonte libanese), su una risposta immediata di Damasco, concretizzatasi nel lancio di alcuni missili terra-aria S-200 (di fabbricazione russa) contro caccia israeliani in volo su Sidone.

Nessuno si è fatto male, ma la tensione ormai si taglia col coltello. L’episodio, se confermato (gli israeliani tacciono) rappresenterebbe una preoccupante escalation, specie se visto come “risposta” all’attacco contro il Centro studi e ricerche di Masyaf. E fa il paio con la moltiplicazione delle unità di Guardie rivoluzionarie iraniane e di Hezbollah in movimento nel sud della Siria. Il problema è che a Gerusalemme considerano questi soldati “cani sciolti”, perché operano fuori dai limiti territoriali delle “aree de de-escalation” controllate dai russi.

Chiaro l’obiettivo di sigillare le zone lungo la frontiera giordana fino al Golan. In questa strategia sono coinvolti anche i governativi di Damasco, il cui Quinto Corpo ha preso posizione “a cerniera” nella zona. Amman e Gerusalemme osservano. Sono convinte che il riposizionamento delle forze siriane, degli ayatollah e del Partito di Dio (con la benedizione dei russi) sia una dimostrazione muscolare in risposta alle manovre in Galilea. E, prefigurando scenari di crisi a catena nell’immediato futuro.

Netanyahu, a Buenos Aires, ha detto che l’Iran è la nazione “che ormai capeggia e indirizza il terrorismo mondiale”, utilizzando la sua longa manus operativa: Hezbollah. Ma Israele, ha aggiunto, non permetterà che tale minaccia si installi ai suoi confini. Il leader dello Stato ebraico ha anche parlato degli attentati allo Jewish Community Center (1982) e di quello all’Ambasciata di Gerusalemme in Argentina (1994), che fecero in totale 114 vittime. Entrambi attribuiti a elementi di Hezbollah che avrebbero agito sotto la regia di Teheran.

Netanyahu scava lontano, quasi a cercare un casus belli. E il presidente albiceleste Mauricio lo aiuta, annunciando che saranno riaperte le indagini. Non solo, ma gli affida anche un catafascio di documenti sull’emigrazione di ufficiali nazisti all’epoca di Peron. Se questo è il clima che si va prefigurando in Medio Oriente, allora stiamo freschi, perché un altro problema non di poco conto che sembra stia emergendo nella regione è quello che tutti hanno venduto la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Insomma, chi pensa che la pratica dell’Isis sia stata liquidata è fuori strada.

La guerra continua sotto altre forme, non meno sanguinarie. In pochi giorni, i miliziani del Califfo, direttamente o per “procura” hanno ammazzato un sacco di gente. Nel Sinai, a El Arish, un convoglio dell’esercito egiziano è stato l’obiettivo di un attacco-bomba, che ha fatto 18 morti tra cui due ufficiali. Un brigadier generale ha perso una gamba e i jihadisti (sicuramente reclutati nelle tribù beduine della regione) hanno persino mitragliato le ambulanze che trasportavano i feriti. A Humaymah (Siria del nord) i “califfi” hanno ucciso 40 governativi, ferendone diverse decine, mentre a Raqqa la partita non sembra ancora definitivamente chiusa. Oltre duemila jihadisti resistono strenuamente nei quartieri ovest, rifiutandosi di abbassare le armi.

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