domenica 19 novembre 2017

Gigi ‘l’attore’, a cento passi dalla Sicilia mafiosa

Non è stato tra gli attori più noti che la Sicilia ha offerto al teatro e al cinema italiano, ma è stato bravo E popolare attore teatrale e cinematografico. Aveva 69 anni Luigi Maria Barruano, detto Gigi. Ha lavorato con Salvatores, Marco Tullio Giordana e Tornatore. Per noi di remocontro, argomento inconsueto, legato al ricordo che ne fa un suo lontano compagno all’Umberto, liceo classico ‘rosso’ di Palermo. La terribile Classe III B, con Vincenzo Vasile che smette di fare il giornalista e torna in classe.
Da leggere.

Lui, Vito Ciancimino, non l’ha mai saputo di chi fosse quella voce. Ma in piena seduta di Consiglio comunale nel dicembre ’70 dal pubblico uno in fondo alla sala delle Lapidi gli urlò, cantando: “La senti questa voooooce, acaaaaaaasaaaa!”, che in Palermitano si pronuncia acàsa, non accasa, e significava che dopo tre mesi di proteste popolari e faide Dc il sindaco emblema di politica mafiosa e di mafia politica doveva, e dovette, dimettersi.
Quella voce che regalò un attimo di corale ilarità a una serata di scontro politico incandescente era di Gigi Burruano: Luigi Maria figlio della Palermo per bene che ha vissuto solo per 69 anni fino a ieri, tumultuosamente con un sorriso amaro sulle labbra sempre attirato come una falena dalla Palermo per male, una volta l’opposizione, un’altra il teatro alternativo, sempre il lumpen-popolino libertario affaccendato dei millemestieri.

E come Ciancimino la polizia non seppe mai che a contestare la prima del teatro Massimo dopo la strage di Avola con uova piene di vernice porcellini d’india e ratti di fogna -assieme a Mauro De Mauro armato di bottiglia di whisky- era sempre lui, in prima fila un po’ mascherato da occhiali di cartone senza finalità terroristiche ma per non farsi riconoscere dai parenti: fuggendo dalle cariche mi confidò “pigghiavu a me zzia”, ho colpito mia zia (una signora ingioiellata che andò via dal Teatro prima che finisse la Fanciulla del West con il visone inzaccherato). E io ho sempre pensato che in fondo potrei essere accusato che fui io tra tanti a cominciare a portarlo a mala strada.

Gli volevamo bene a Gigi all’Umberto, liceo classico “rosso” di Palermo, terza B, noi che diventammo magistrati, avvocati, professori, medici, e cose anche peggiori e innominabili, come giornalisti e mafiosi, oppure intrecciammo vicende umane grigie e mediocri. Eravamo senza saperlo la platea degli spettatori di un suo primo sperimentale piccolo teatro. Interrogato non “rispondeva” ma affabulava fuori tema, affascinando professori severi e studenti secchioni.

Oppure – in ottocento – fummo mobilitati dal futuro regista come attori e figuranti di una messa in scena assai politica e precorritrice di movimenti non solo teatrali quando nel cortile ci radunò in fila indiana, e sfilammo in cerchio fustigati da lui con la cinghia dei libri (attrezzo che non so se si usi ancora), e il preside nel rapporto di suo pugno fece capire di non aver gradito di essere rappresentato come un torturatore in un “irritante e improprio spettacolino teatrale”, così scrisse, prescrivendo di conseguenza ai collegi dei docenti di tutte le classi un tre in condotta di massa al secondo trimestre che non ci fece dormire per tante notti.

Di Luigi Maria Burruano detto Gigi tutti sanno che fece molto teatro nelle cantine e sui palcoscenici, e moltissimi film, spesso da non protagonista, un po’ sprecato, ma ho il sospetto che a lui piacesse sprecarsi, e tutti ricordano lo splendido padre di Peppino Impastato nei Cento passi, padre mafioso di figlio antimafioso e comunista, e che per il suo bene lo caccia di casa e lo protegge senza riuscire a salvargli la vita, come accade tanto spesso a tanta parte di siciliani di confine. Pochi sanno che passò, diciamo per caso e per ben due volte, alcuni mesi in galera, quando l’Ucciardone era villeggiatura per i boss, e inferno per la gente come Gigi, mite e arrabbiata, ammalata di Palermitudine.

Si dicono tante cose nelle camere ardenti, tipo la maschera coriacea che nascondeva tante fragilità, avrebbe fatto la sua risata amara, biascicato una battuta, quasi mai volgare. Negli ultimi tempi invece di scandire si mangiava sillabe e desinenze, intere parole. L’ultima volta all’aeroporto, arrivò ai controlli con otto lattine di birra – “… ma Luigi Maria Burruano è conosciuto negli aeroporti, picchì mi scantu” (perché ho paura), e lo fecero passare.
Mi guardò a ciglio asciutto: “Vicè sono stanco, siamo stanchi”. Sapete quei fratelli maggiori un po’ matti che perdi di vista e segui con apprensione per anni, da lontano. Che fosse un grande attore lo capii in ritardo. E apprendo solo adesso dalle agenzie dopo mezzo secolo, che avevamo più o meno la stessa età, più un gemello che un fratello maggiore eri, caro, carissimo Gigi della terza B.

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